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Politicamente correttissimo Scoperte Perché la Fiom è il vero sindacato all’americana, la Lega non è solo folclore, la radio insegna ancora Luigi Manconi
1.Lezione di economia. Ho ascoltato Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, nel corso della trasmissione “Servizio pubblico” di Michele Santoro. Non era la prima volta che mi capitava, certo, ma la struttura della trasmissione e la tipologia degli interlocutori hanno fatto si che, giovedì scorso, il profilo di Landini emergesse con maggiore chiarezza. E mi è sembrato un profilo davvero significativo. Il discorso è indubbiamente delicato, dal momento che la posta in gioco non è esclusivamente di natura sindacale: per una serie di circostanze, il ruolo della Fiom è oggi estremamente politico, anche nel significato più stretto della parola.
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Schettino e i moralisti sospetti
Luigi Manconi Anch’io, come Friedrich Nietzsche penso spesso che il moralista sia «una persona sospetta». Tanto più quando si esercita in un campo davvero minato quale quello della giustizia, dove più frequenti sono le menzogne ideologiche, più facile è la mobilitazione emotiva, più grossolani i processi di distribuzione delle colpe. Esempio. Da qualche giorno l’indignazione collettiva –dopo aver travolto il comandante Francesco Schettino- si indirizza verso il Gip che gli ha concesso gli arresti domiciliari. Gli opposti del carattere nazionale
Luigi Manconi
Ogni giorno che passa, il naufragio della Concordia offre un’ulteriore scena, intensa e drammatica, di quella che sembra costituire una Rappresentazione Collettiva dell’identità italiana. Non c’è da stupirsi: è nei momenti di crisi, quando si manifesta una rottura irreparabile, che il carattere nazionale si mostra pienamente e impietosamente, con le sue grandezze e le sue miserie. Di conseguenza, quella notte all’Isola del Giglio ci ha consegnato e continua a consegnarci una serie di immagini che, anche quando deformate dall’enormità dell’accaduto, rivelano un atteggiamento, spiegano una mentalità, disegnano un costume. Quella Rappresentazione ha messo a disposizione, nelle ultime ore, un dialogo davvero eccezionale, qualcosa di eccessivo e, allo stesso tempo, di assolutamente sincero. Qualcosa di così peculiare da sembrare irripetibile e, tuttavia, a tal punto prevedibile da risultare scontato: ma proprio per questo vero, verissimo. È il colloquio tra il comandante della Concordia, Francesco Schettino, e l'ufficiale della Guardia Costiera Gregorio De Falco, alle ore 1.46 di sabato 14 gennaio: un dialogo talmente esemplare di due mentalità e di due stati d’animo da sembrare inventato, scritto da uno sceneggiatore iperrealista, che calca la mano, disegnando tratti psicologici così riconoscibili da apparire fin troppo schematici. Ma sono proprio quelli i connotati caratteriali profondi di Schettino e di De Falco come emergono in uno stato di emergenza. De Falco: “Ascolti: c'è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso sale sulla nave (…) Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E' chiaro? Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto... veramente molto male... le faccio passare un'anima di guai. Vada a bordo, cazzo!”. Schettino: “Comandante, per cortesia...”. De Falco: “No, per cortesia... lei adesso prende e va a bordo. Mi assicuri che sta andando a bordo...”. Schettino: “Io sto andando qua con la lancia dei soccorsi, sono qua, non sto andando da nessuna parte, sono qua...”. In questa trascrizione mancano, va da sé, i toni e i suoni che la registrazione riporta fedelmente: la voce di De Falco è decisa, priva di concitazione, ma ultimativa. Esprime un’autorità consapevole e lucida, che non ammette repliche. La risposta di Schettino appare subito elusiva, reticente e imbarazzata: tanto più quando De Falco, resosi conto dello stato mentale del suo interlocutore, oscillante tra codardia e panico, decide di forzare la situazione: “che sta facendo comandante?”. Schettino: “Sto qua per coordinare i soccorsi...”. De Falco: “Che sta coordinando lì? Vada a bordo. Coordini i soccorsi da bordo. Lei si rifiuta? “. Schettino: “No no non mi sto rifiutando”. De Falco: “Lei si sta rifiutando di andare a bordo comandante? Mi dica il motivo per cui non ci va?”. Schettino: “Non ci sto andando perché ci sta l'altra lancia che si è fermata...”. De Falco: “Lei vada a bordo, è un ordine. Lei non deve fare altre valutazioni. Lei ha dichiarato l'abbandono della nave, adesso comando io”.
Come vedete, se fosse un film, la sceneggiatura sarebbe perfetta e perfetti i dialoghi. De Falco sarebbe interpretato, che so, da Sean Connery (ricordate Caccia all’ottobre rosso?) e Schettino da uno di quegli attori inglesi, nevrotici e pusillanimi, come Michael Caine o Peter O'Toole. Ma non si tratta di un film e, dunque, è inevitabile pensare che quei due atteggiamenti rappresentino due Italie che, mai come in questa occasione, si rivelano inconciliabili. L’Italia che si arrangia e che cerca di sfangarla anche nelle circostanze più drammatiche, che farfuglia giustificazioni e precostituisce alibi (“si rende conto che qui è buio e non si vede niente?”), che si sposta un po’ di lato e fa un passo indietro per non lasciarsi inquadrare e per confondere le proprie responsabilità con quelle di altri (“Sono assieme al comandante in seconda”). Di fronte a lui si staglia – è proprio il caso di dire - la figura di De Falco, al quale il destino ha voluto dare, per giunta, una voce dall’intonazione robusta e dal linguaggio geometrico: incarnazione ruvida ed efficientissima di quell’etica della responsabilità di cui parla Max Weber. Ora è giusto dire che De Falco rappresenta un paese che nonostante tutto è capace di affrontare le emergenze e di decidere nello stato d’eccezione (Carl Schmitt) quando è in gioco lo stesso fondamento, giuridico e morale, dell’autorità, quella che merita rispetto perché tutela l’incolumità dei cittadini. Ma questa Italia “che funziona”, che è competente e determinata, che compie il proprio dovere anche in condizioni ostili, è stata rappresentata altrettanto bene dall’opera di soccorso, scattata immediatamente dopo il naufragio. Forze dell’ordine e cittadini, Protezione Civile e volontari, hanno mostrato non solo generosità, ma anche – ed è ciò che più conta – intelligenza e coraggio e hanno fatto sì che il numero delle vittime non fosse ancora più alto. A fronte di ciò, l’irresponsabilità di Schettino è quella che appare come “la tragedia di un uomo ridicolo”, che determina un disastro per una inaudita leggerezza e che, come è stato inadeguato a reggere il timone di quell’enorme nave, si rivela ancora più inadeguato a portarla in salvo. Ora, Schettino è agli occhi di tutti, e non potrebbe essere altrimenti, il capro espiatorio. Ma non si può consentire che l’individuazione così rapida e facile di un colpevole rappresenti un alibi per non indagare su altre colpe, forse molte altre colpe, anche a un livello più elevato. E si deve evitare che Schettino sia considerato un’anomalia: tanto più se fosse vero che, a quegli scellerati “inchini”, tanti comandanti si prestano quotidianamente; e tanto più se si confermasse che quel misto di disorganizzazione e sprovvedutezza rivelato dall’operazione di evacuazione della Concordia non fosse un’esclusiva di quella nave. Insomma prima di rispecchiarci e identificarci virtuosamente nell’ufficiale della Guardia Costiera De Falco, dobbiamo sapere che anche il comandante Schettino è parte, e non insignificante, del carattere nazionale, rappresenta nostri vizi e nostre miserie, parla di noi. Non dimentichiamolo mentre ascoltiamo e riascoltiamo Gregorio De Falco che parla proprio come Sean Connery in Caccia all’ottobre rosso.
il Messaggero 18 gennaio 2012
Gli opposti del carattere nazionale
Luigi Manconi
Ogni giorno che passa, il naufragio della Concordia offre un’ulteriore scena, intensa e drammatica, di quella che sembra costituire una Rappresentazione Collettiva dell’identità italiana. Non c’è da stupirsi: è nei momenti di crisi, quando si manifesta una rottura irreparabile, che il carattere nazionale si mostra pienamente e impietosamente, con le sue grandezze e le sue miserie. Di conseguenza, quella notte all’Isola del Giglio ci ha consegnato e continua a consegnarci una serie di immagini che, anche quando deformate dall’enormità dell’accaduto, rivelano un atteggiamento, spiegano una mentalità, disegnano un costume.
Naufragi
Luigi Manconi
Il naufragio della Concordia suscita comprensibilmente orrore. Le vittime, i dispersi destinati a rivelarsi corpi senza vita, la notte di tregenda sulla nave che si inabissa hanno costituito gli elementi di un incubo che si è dipanato per ore e ore, proponendoci uno scenario da panico che ha innescato antiche e nuove angosce. E il fiato sospeso e lo sguardo attonito su ciò che si pensava non potesse accadere. E, tuttavia, questa più recente tragedia sembra confermare che il fiato sospeso e lo sguardo attonito non sembrano in grado di andare oltre il perimetro della nostra comunità nazionale e di lasciarsi afferrare da chi sta oltre quel confine: gli extra-comunitari, appunto. Quel mare che ha sommerso le sei vittime della Concordia, ma il numero è destinato a crescere, è lo stesso mare che, centinaia di chilometri più a sud, nel tratto tra Lampedusa e le coste africane, inghiotte quotidianamente altri, molti altri corpi. Che non vediamo affatto. Da qui la domanda: perché riconosciamo alcuni esseri umani e altri ne disconosciamo? Sia chiaro: questo è (vuole essere) un dilemma filosofico, o qualcosa di più modesto che gli somiglia. Non è una tirata demagogica, non è un ragionamentucolo politico, non è una invettiva ideologica né, tantomeno, un malumore moralistico. Di conseguenza, mi auguro che come un dilemma filosofico, o qualcosa del genere, sia inteso, accettato o rifiutato. Ma –per l’amor del cielo- che non sia trasferito su un piano diverso da quello sul quale provo a proporlo. In ogni caso, so bene che quel dilemma ha una sua elementare risposta, che soddisfa un primo livello della conoscenza, ma che lascia completamente inalterata la sostanza etica del quesito. Partiamo dai dati. L’osservatorio di Italiarazzismo.it, curato da Valentina Brinis e Valentina Calderone, ha contato in 2187 i migranti morti o dispersi nel tratto di mare tra l’Africa e l’Europa, nel corso del 2011. Tale stima corrisponde, sostanzialmente, a quella fornita da Fortress Europe e da un coordinamento di associazioni, costituito da Acli, Centro Astalli, Caritas Italiana, Comunita' di Sant'Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes. Quasi duemiladuecento persone scomparse mentre tentavano una via di fuga da guerre civili e conflitti etnici, carestie e siccità, persecuzioni religiose e vessazioni politiche. Oltre centottantadue morti o dispersi al mese, circa sei ogni giorno. Si tratta, come si è detto, di extra-comunitari e già quella definizione così denotativa e discriminatoria spiega perché sfuggano alla nostra percezione. Non ci appartengono, così come noi non apparteniamo loro. E da questa mancata reciprocità discende tutto il resto. Si pensi solo alla coppia visibile/invisibile: quei sei morti che quotidianamente si contano nel Mediterraneo conoscono un’agonia tanto oscura quanto oscura è la loro vita precedente. Nulla sappiamo della loro esistenza così come nulla sappiamo della loro fine. Il loro anonimato discende da una censura preventiva, che prepara la cancellazione postuma. Giavanni Maria Bellu ha raccontato in un libro bellissimo ( I fantasmi di Portopalo, Mondadori 2004) la vicenda di circa 300 migranti annegati nel canale di Sicilia la notte di Natale del 1996; e di come un intero paese (Portopalo) abbia custodito per anni il segreto di quei cadaveri finiti nelle reti dei suoi pescatori, preoccupati che una eventuale indagine potesse determinare la chiusura dello spazio di pesca. Dunque, mentre i dispersi della Concordia vengono affannosamente cercati, e per fortuna, migliaia di altri dispersi nel canale di Sicilia vengono affannosamente occultati o semplicemente ignorati. D’altra parte, come suggerisce Tobia Zevi, i primi sono le vittime del progresso –della proletarizzazione di un bene che fu di lusso- e finiscono seppelliti sotto le macerie di un lucente grattacielo, mentre i secondi restano schiacciati dalla rovina di una miserabile baracca. Infine, la Concordia segnala la possibile insidia che si nasconde dentro il più rassicurante dei sistemi di trasporto ( la Grande Nave che percorre, placida, un mare tranquillo) e dentro il mondo della Sicurezza: mentre i migranti morti appartengono interamente al mondo del Rischio e della Precarietà. La loro morte è nel conto, la loro aspettativa di vita, che illusoriamente si voleva prolungare col trasferimento in Occidente, resta quella ascritta e predestinata. In altre parole, il naufragio della Concordia è “ il più grande spettacolo dopo il big bang”, mentre la morte dei migranti rientra nell’ordine naturale delle cose. Quanto fin qui detto contribuisce a spiegare lo scarto abnorme tra la sensibilità verso il naufragio all’isola del Giglio e la sensibilità verso la strage quotidiana nel Mediterraneo; e aiuta a comprendere, allo stesso tempo, perché quello scarto risulti non riducibile. Quella disparità nello sguardo e nella percezione, infatti, non può non implicare una disparità ancora maggiore nella relazione tra il soggetto (che osserva) e gli altri (osservati). Insomma, se la vita di qualcuno vale meno (in quanto merita attenzione più scarsa e cura minore) è perché, e non può che essere così, quel qualcuno è meno. Dis-eguale e dis-umano. Inferiore.
Il Foglio 17 gennaio 2012
Politicamente correttissimo
Naufragi
Luigi Manconi
Il naufragio della Concordia suscita comprensibilmente orrore. Le vittime, i dispersi destinati a rivelarsi corpi senza vita, la notte di tregenda sulla nave che si inabissa hanno costituito gli elementi di un incubo che si è dipanato per ore e ore, proponendoci uno scenario da panico che ha innescato antiche e nuove angosce.
Occupati più italiani meno stranieri
Luca Ricolfi Forse non l’abbiamo ancora notato, ma nei dati su occupazione e disoccupazione comunicati pochi giorni fa dall’Istat c’è una grossa novità. Per capirla, tuttavia, dobbiamo fare un piccolo ripasso della crisi italiana. Così si muore in galera
Favero (Ristretti Orizzonti), Gonnella (Antigone), Manconi (A Buon Diritto): Fermare la strage nelle carceri italiane. Comunicato stampa di Ornella Favero per Ristretti Orizzonti, Patrizio Gonnella per Antigone, Luigi Manconi per A Buon Diritto: Anno 2011 Totale delle morti in carcere: 186 Di cui - per suicidio: 66 - per cause da accertare: 23 (in corso indagini giudiziarie) - per cause naturali: 96 - per omicidio: 1 Età media dei detenuti morti: 39,3 Età media dei detenuti suicidi: 37,8 Suicidi: - italiani: 45 - stranieri: 21 - uomini: 64 - donne: 2 Metodo utilizzato: - impiccagione: 44 - inalazione gas: 12 (da bomboletta butano) - avvelenamento: 6 (con farmaci, droghe, detersivi, etc.) - soffocamento: 4 (con sacco infilato in testa, etc.) Condizione detentiva: - sezione “comune”: 46 - sezione “internati”: 10 (Opg 9, Casa di Lavoro 1) - sezione “isolamento”: 4 (Isolati per disposizione dell’A.G.) - sezione “protetti”: 3 - sezione “infermeria”: 2 - sezione “alta sicurezza”: 1 Posizione giuridica: - condannati con sentenza definitiva: 28 - attesa di primo giudizio: 27 - condannati in primo grado: 3 - misura di sicurezza detentiva: 8 Istituti Penitenziari: numero suicidi, numero medio detenuti nell’anno e tasso affollamento Torino: 4 suicidi, (1.650 presenti, 146% affollamento) Padova C.R.: 3 suicidi, (840 presenti, 184% affollamento) Genova Marassi: 3 suicidi, (760 presenti, 170% affollamento) Bologna: 2 suicidi, (1.150 presenti, 220% affollamento) Cagliari: 2 suicidi, (540 presenti, 157% affollamento) Castrovillari (Cs): 2 suicidi, (285 presenti, 217% affollamento) Livorno: 2 suicidi, (500 presenti, 175% affollamento) Opg Aversa (Ce): 2 suicidi, (350 presenti, 135% affollamento) Opg Barcellona P.G. (Me): 2 suicidi, ( 350 presenti, 80% affollamento) Perugia: 2 suicidi, (370 presenti 165% affollamento) Poggioreale (Na): 2 suicidi, (2.600 presenti, 160% affollamento) In altri 40 Istituti: 1 suicidio ciascuno Relazione tra frequenza dei suicidi e tasso di sovraffollamento Il tasso medio di sovraffollamento a livello nazionale è pari a circa il 150% (circa 68.000 detenuti in 45.000 posti). In tutti gli Istituti nei quali si è registrato più di un suicidio nell’anno 2011 il tasso di sovraffollamento risulta essere superiore alla media nazionale. In particolare si segnala il carcere di Castrovillari (Cs), con 2 suicidi su “soli” 285 detenuti presenti e una media del 217% di affollamento. Cambiamo con loro
Luigi Manconi L’Istat, ricorrendo a numeri inequivocabili, offre un malinconico ritratto della nostra società tra 50 anni. Un’immagine spietata che dovrebbe determinare profonde riflessioni. La rappresentazione che emerge è quella non semplicemente di un Paese invecchiato, cosa che da tempo sappiamo, bensì quella, ancora più inquietante di un’organizzazione sociale destinata alla decadenza. Chi beneficia dell'Indulto è meno recidivo di chi esce dal carcere a fine pena
Luigi Manconi Giovanni Torrente Domenica scorsa, al termine della visita di Benedetto XVI nel carcere di Rebibbia, ha echeggiato un grido solo, scandito dalla voce dei reclusi: amnistia. Si tratta di un termine e di un provvedimento generalmente guardati con sospetto, troppo frettolosamente rimossi o affrontati con una prudenza che tende a farsi reticenza. «Lì manca tutto, perfino l'aria E crescono i suicidi, anche degli agenti»David Allegranti Adozione, ricerca delle origini, identità
Clemenze
Sulle carceri sono d'accordo con il Foglio. Finalmente. Ma che miseria i soliti moralisti accaniti.
Luigi Manconi
Ah, com’è bello e, soprattutto rasserenante, trovarsi incondizionatamente d’accodo - per una volta nel corso di quindici anni - con quanto viene scritto sulle pagine che, graziosamente, mi ospitano. Ah, com’è rilassante poter condividere interamente quanto scritto nei due editoriali del Foglio del 16 e del 17 dicembre a proposito delle misure adottate dal ministro della Giustizia Paola Severino. Ne consegue un singolare paradosso (che fa onore al Foglio): il tecno-governo del preside Monti viene valutato con obiettività non così frequente. E, dunque, apprezzato quando assume provvedimenti apprezzabili. E la “sospensione della democrazia” può determinare condizioni tali da consentire scelte in genere definite “impopolari”. Altri quotidiani di centro destra – fedeli al motto di Manlio Scopigno: “il calcio non è uno sport per signorine”. Figuriamoci la politica – non vanno tanto per il sottile e, pur avendo come riferimento un partito della “maggioranza”, se ne impippano. Così titolano: “A noi tasse, ai ladri libertà” (alcuni messaggi su facebook mi comunicano che Marco Travaglio ha scritto esattamente le stesse cose, ma non ho avuto occasione di verificarlo). Sotto il profilo politico, non si può non convenire con quanto scritto dal Foglio: “Stupisce che dal centrodestra, non solo dalla Lega ma anche da esponenti autorevoli del Popolo della libertà, si siano levate voci critiche” dal momento che “il principale provvedimento è un’estensione temporale a 18 mesi di una norma che era stata introdotta da Angelino Alfano, approvata quindi sia nel governo sia in Parlamento dal centrodestra”. Va aggiunto che la formulazione originaria del disegno di legge Alfano prevedeva, assai ragionevolmente, l’estensione del termine di pena da scontare in detenzione domiciliare fino a 24 mesi. Scrive ancora il Foglio: “ha senso criticare un indulto mascherato solo se si intende, e non sarebbe male, proporne uno alla luce del sole”. Ben detto. Ma devo aggiungere che, dell’intera questione “dei delitti e delle pene”, mi interessa sempre più un aspetto che anche il Foglio sembra trascurare; e che, da qualche tempo, mi pare solleciti l’attenzione di Marco Pannella: ovvero il carcere come grande questione morale. Non mi riferisco solo al fatto che consentire – o non tentare di arginare – la crescente disumanizzazione di un segmento così significativo del sistema statuale sia di per sé immorale. Penso anche ad altro. Immagino, cioè, che dietro l’indifferenza, quando non l’ostilità, nei confronti dei reclusi, vi sia una miserabile interpretazione di quella teoria retributiva della pena, già discutibile di per sé. In questo caso, la retribuzione varrebbe al fine di “compensare” simbolicamente, all’interno di una concezione integralista e organicista del corpo sociale, la sofferenza delle vittime attraverso la sofferenza degli autori di reato. Se, dunque, il dolore dell’offeso è dovuto alla perdita di una vita, l’irreparabilità di tale perdita può essere compensata solo da un dolore altrettanto irreparabile inflitto a chi, quella privazione assoluta, ha determinato. In altre parole, se quel reato è, per sua stessa natura, non retribuibile in quanto non è restituibile la vita che ha spento, la sola retribuzione (pena) per chi si è reso responsabile di quel reato è, anch’essa, il-limitata. Ma questa concezione, che ritiene di affermare una morale intransigente, è invece la negazione di ogni moralità umana.
20 dicembre 2011
Clemenze
Sulle carceri sono d'accordo con il Foglio. Finalmente. Ma che miseria i soliti moralisti accaniti.
Luigi Manconi
Ah, com’è bello e, soprattutto rasserenante, trovarsi incondizionatamente d’accodo - per una volta nel corso di quindici anni - con quanto viene scritto sulle pagine che, graziosamente, mi ospitano.
La questione immorale
Luigi Manconi
Se quella del carcere è, in tutta evidenza, una fondamentale questione politica e morale, perché mai, a interessarsene, sono pressoché esclusivamente i pontefici della Chiesa cattolica e i Radicali? Una possibile risposta risiede nel fatto che la politica, nella migliore delle ipotesi, considera il carcere un problema umanitario. Il che corrisponde al vero, ma rischia di delegare la questione a una dimensione volontaristica e, tutto sommato, sentimentale: roba per “anime belle” e per chi abbia “un cuore grande così”. E invece, come si è detto, è questione innanzitutto politica. Per due ragioni: perché riguarda il rapporto tra cittadino e Stato in quello che è il suo nodo cruciale: la libertà personale. In altre parole, lo Stato, le istituzioni e la politica, trovano il fondamento della loro legittimazione giuridica e morale nella capacità o meno di tutelare la libertà dei cittadini e di garantire che la privazione di quel bene supremo (la libertà, appunto) avvenga solo quando strettamente indispensabile, nelle condizioni e nei limiti previsti dalla legge. Tutto ciò che neghi questa impostazione, finisce col delegittimare Stato e istituzioni. Ma c’è un’altra ragione che rende politicamente decisivo il problema del sistema penitenziario. Ed è il fatto che quelle celle sovraffollate e promiscue, miserabili e alienanti, rappresentano l’appendice finale – la più dolente e intollerabile – della crisi complessiva della giustizia in Italia. Quelle celle sono la spia più eclatante del collasso dell’intero sistema dell’amministrazione della giustizia: e ci parlano dell’intasamento dei tribunali e di un codice penale vetusto, della drammatica carenza di risorse di personale e della macchinosità dei dibattimenti. Ecco, in quei letti accatastati e in quei cessi davanti ai fornelli, c’è la rappresentazione non solo di una condizione umana diventata disumana, ma anche di un funzionamento generale della giustizia (tutta, compresa quella civile), tanto lenta fino all’estenuazione quanto insipiente fino all’ottusità. Dunque, quando Bendetto XVI afferma che il sovraffollamento è una “doppia pena” sta dicendo, e lo fa anche esplicitamente, che è la stessa idea di pena e, pertanto, di tribunale e di giustizia, che va ripensata. Tutto questo è contenuto, nei termini considerati possibili, nei provvedimenti annunciati dal ministro della Giustizia Paola Severino. Misure che vanno tutte nella giusta direzione – anche se, a mio parere, con eccessiva lentezza - e che alludono a un progetto di riforma della giustizia e del sistema penitenziario, assai lungimirante, razionale e intelligente. Prevedibile la reazione della Lega, di alcuni settori del Pdl e dei giornali di destra che – coerentemente con una pulsione forcaiola mai doma - titolano: “A noi tasse, ai ladri libertà”. Non c’è da stupirsi: per questi ultimi la categoria di habeas corpus riguarda esclusivamente il perimetro del corpo del Sovrano. Sorprende, piuttosto, la risposta di molti segmenti del centro sinistra. Approvazione da buona parte del Pd, ma aggressiva ostilità dall’Italia dei Valori. Per quest’ultimo partito l’argomento, espresso in termini non proprio da giure consulti, sarebbe il seguente: il provvedimento che consente di scontare in detenzione domiciliare la pena di diciotto mesi, costituirebbe “una amnistia preventiva e selettiva”, dal momento che non verrebbero esclusi i reati dei colletti bianchi (corruzione e falso in bilancio). Una simile affermazione si presta magnificamente a illustrare quale sia il significato anche morale di un discorso sul carcere. Innanzitutto perché si trascura il fatto che la detenzione domiciliare è propriamente detenzione: privazione della libertà, appunto. Dimenticarlo, per ignoranza o per calcolo, segnala l’immoralità di quelle posizioni, oltre che il loro connotato inequivocabilmente reazionario. Ma ancor più immorale è la motivazione addotta. Se la mia azione tesa a emancipare (o liberare o soccorrere) dieci persone, può portare alla emancipazione di uno o due che non lo meritino, moralità è correre il rischio del bene. Che, dovrebbe saperlo pure chi non ha letto Sant’Agostino, contiene sempre al proprio interno anche il male. Se per evitare di beneficiare un manigoldo, evito di prestare aiuto, o anche solo di ridurre la sofferenza, di altri, incorro nel massimo di immoralità. Anche politica.
l'Unità 19 dicembre 2011
La questione immorale
Luigi Manconi
Se quella del carcere è, in tutta evidenza, una fondamentale questione politica e morale, perché mai, a interessarsene, sono pressoché esclusivamente i pontefici della Chiesa cattolica e i Radicali? Una possibile risposta risiede nel fatto che la politica, nella migliore delle ipotesi, considera il carcere un problema umanitario. Il che corrisponde al vero, ma rischia di delegare la questione a una dimensione volontaristica e, tutto sommato, sentimentale: roba per “anime belle” e per chi abbia “un cuore grande così”.
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