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Conte, chi era costui?

giuramento governo conte6 giugno 2018

di Ubaldo Pacella

Il governo di Giuseppe Conte, il 65 della Repubblica, ha ottenuto la fiducia del Parlamento. Questa è l’unica notizia positiva dopo 89 giorni di crisi: uno spettacolo tra il carnevalesco e il Fantozziano, capace di coinvolgere le istituzioni in un minuetto dell’assurdo, consumato con poca dignità persino quando il palcoscenico è diventato il Quirinale.

I meriti inequivocabili del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sono resi ancor più evidenti dalle goffe rappresentazioni offerte dai due dioscuri del governo grillo leghista o giallo-verde, come alcuni commentatori lo hanno definito dai colori dei loro simboli. Luigi di Maio e Matteo Salvini sono stati attori sulla scena di una commedia grottesca che si è distinta per i toni e per gli accenti di una farsa sgangherata, degna di compagnie di giro evocate nel tardo cinquecento, prima ancora che il teatro fosse nobilitato dall’intelligenza acuta di un Molière o dalla vena ironica e tagliente di un Goldoni.

La notizia positiva, torniamo a dire, è quella che l’Italia finalmente ha un Governo in carica legittimo e democraticamente eletto. È quello voluto dalla maggioranza degli italiani, frutto di una democrazia rappresentativa che deve essere sempre e comunque rispettata, anche negli esiti che ci possono apparire i peggiori o in più infausti, per il futuro del popolo italiano e la solidità della Repubblica.

Il Capo dello Stato ha esercitato con la più ampia discrezione e temperanza le funzioni a lui affidate dalla costituzione. È stato un nocchiero prezioso in mari procellosi, ha suggerito rotte estreme, scansando di volta in volta gli scogli che si paravano dinnanzi a questo veliero sbandato, nelle cui vele non soffiava unanime il vento del consenso, bensì raffiche rabbiose, di volta in volta da latitudini diverse: quelle che ogni velista si augura di scampare, perché in un attimo si può trovare la propria imbarcazione disalberata e ostaggio del mare, priva di ogni guida.

Abbiamo assistito, prima sbigottiti poi indignati, infine inermi ad un triste spettacolo consumato sulle spoglie delle Istituzioni da chi reclamava a voce stentorea, sempre sopra le righe, con la maschera dei masaniello di borgata, i diritti di una maggioranza popolare costruita sulle reciproche convenienze, soprattutto sulla smodata ambizione di potere alla quale sono state asservite educazione, dignità, rispetto e infine ogni misura dei gesti e delle parole.

Questo governo Di Maio- Salvini, tenuto per ora a battesimo dal professor Giuseppe Conte, un cattedratico tra i tanti, forse troppi presenti in Italia, capace di evocare la lapidaria definizione di Alessandro Manzoni: Carneade chi era costui?

Ci auguriamo e facciamo vaticini perché assuma una posizione più rilevante nel futuro l’uomo che lo si voglia o meno rappresenterà per il prossimo futuro, non sappiamo quanto lungo, il nostro Paese nel consesso internazionale. I primi passi tremebondi, incerti come il lessico adottato in favore di telecamere o quello sgualcito scelto in Parlamento disegnano una figura impalpabile, più grigia che tenue: una bolla elegante la potrebbe rappresentare la matita corrosiva di Forattini. Un fazzoletto al taschino, un abito inappuntabile di non consueta eleganza nelle aule parlamentari, ma nulla più al meno sino ad oggi. I lettori pazienti che ancora mi seguono e quelli che vantano come me sulle spalle il soffio del tempo, troveranno ricordi e sensazioni, ricorderanno la barba senza volto che il vignettista di Repubblica utilizzò per raffigurare l’allora Presidente del Consiglio Giovanni Goria.

Dobbiamo avere pazienza verso questo nuovo premier. Il suo dicastero non sembra il nuovo che avanza, almeno dalle prime scelte che sta operando nella costruzione della burocrazia ministeriale. Il governo del cambiamento, come ostinatamente a favore di telecamere ribadiscono di citazione in citazione Di Maio e Salvini altro non è che una spenta riedizione di gattopardismo: il recupero di fidate figure professionali, conoscitrice della macchina pubblica, per evitare le pessime figure inanellate dalle amministrazioni grilline, prima tra tutti quella della sindaca di Roma Virginia Raggi emblema della pochezza, inaffidabilità ed evanescenza amministrativa di una capitale. I fallimenti nei quali sta affogando hanno insegnato che non si può improvvisare nella gestione della cosa pubblica. Questo d’altro canto provoca uno smarrimento nelle coscienze di coloro che sono stati sempre lucidamente critici rispetto alle scelte della politica italiana qualsiasi fosse il colore dei governi. Non perché questi fossero uguali, bensì perché quelli berlusconiani prima e del PD poi sono apparsi dalle esigenze del Paese e del popolo minuto, sordi ai richiami della realtà, troppo inclini ai salotti, ai tatticismi, agli interessi di parte.

La sobrietà e il rigore ci impone di non esprimere giudizi prematuri solo sulla scorta di una analfabetismo culturale e politico che ha scandito i giorni e mesi di questa crisi di governo che solo all’alba della festa della Repubblica ha trovato per la forza e la volontà irrinunciabile del Presidente Sergio Mattarella una soluzione. Quanto questa sia fragile, pasticciata incoerente ce lo diranno i giorni futuri. La rozzezza delle espressioni, al limite della volgarità, la tracotante irruenza espressa su tutti i media potrà essere dimenticata? La politica italiana ci ha abituato ad ogni tipo di giravolte, di compromessi ma il cambiamento di tono in ventiquattr’ore dalla richiesta grottesca di mettere in stato di accusa il Presidente della Repubblica per aver esercitato i suoi doveri costituzionali al bacio della pantofola nei saloni del Quirinale lascia annichiliti, anche i più consumati spettatori.

Vorremmo poterci rivestire dei panni curiali che ebbe a richiamare Niccolò Machiavelli. Di fronte a tanta sciattezza e tanto scempio delle istituzioni italiane, che sono costate impegno sacrificio e sangue a troppi italiani migliori, attendiamo i fatti, nella speranza che non producano sfaceli, sommando alle inadeguatezze di ieri, la rozza arroganza dell’oggi.

Saremo nel nostro piccolissimo commentatori salaci inflessibili, come lo siamo stati sempre nei confronti dei governanti del passato, senza indulgenza né solidarietà.
Un fatto è chiaro, con una evidenza solare: il patto per il governo dell’Italia, così come il discorso programmatico del professor Conte, disegnano l’esecutivo più conservatore della Repubblica. Nemmeno quello di Tambroni, spazzato via dai moti di piazza nel 1960, si spinse a tanto. Che dire poi della riedizione della terza via tra un Atlantismo di facciata e lo strizzare l’occhio alla Russia di Putin, solo perché potrebbe essere utile ai commerci del Nord Est?

Una riflessione ci preme in un momento triste e grigio della Repubblica: quando un anziano professore accetta di porre il suo nome o le sue sbandierate idee a sostegno di un progetto tracotante, ai limiti dell’eversione cosa resta dell’etica pubblica? Quali brandelli di dignità rimangono? Quelli forse di un onesto italiano che chiamato inopinatamente al Quirinale è entrato in punta di piedi da civil servant e ancor più brillantemente ne è uscito, senza un cenno, una richiesta, con quella dignità che ci onora di essere cittadini italiani e della Repubblica. Questo è lo spirito che speriamo di vedere nei signori che da ieri nei pieni poteri costituzionali sono chiamati a guidare il governo del popolo italiano.

Pubblicato: Martedì, 12 Giugno 2018 17:58

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