Pubblicato in 2020, Le notizie del portale a buon diritto il 12 Jun, 2020

Regeni, ciò che non è stato fatto

Regeni, ciò che non è stato fatto | A Buon Diritto Onlus

Un articolo di Luigi Manconi su La Repubblica dell'11 giugno 2020


È molto difficile valutare se il fatto (la vendita di due fregate della Fincantieri al regime di Al Sisi) sia più o meno grave del non fatto: un'azione politico-diplomatica capace di perseguire la verità sull'assassinio di Giulio Regeni. In altre parole, è arduo dire se lo scambio commerciale con l'Egitto, proseguito indisturbato in tutti questi anni, sia più o meno riprovevole, sotto il profilo politico e morale, dell'inerzia che continua a segnare l'atteggiamento del nostro Paese nei confronti di un regime al quale la Procura di Roma attribuisce responsabilità dirette nell'omicidio di un nostro connazionale. Perché è questo che sembra sfuggire alla gran parte della classe politica e allo stesso governo: quando un cittadino italiano subisce la sorte che è toccata a Giulio Regeni e le indagini della nostra magistratura arrivano a individuare con nome e cognome i membri del servizio segreto interno sospettati del crimine, è in gioco la nostra sovranità nazionale. La capacità, cioè, dello Stato Italiano di tutelare l'incolumità dei propri cittadini, che si trovino in territori amministrati da governi considerati "amici".

Rispetto a questo oltraggio alla dignità dell'Italia, la reazione dei governi succedutisi da quel 25 gennaio 2016, quando Regeni venne rapito al Cairo, è stata ispirata dalla pusillanimità. Le ragioni sono numerose: se sorvoliamo per un momento su quelle più strettamente di natura economico-commerciale, emerge con evidenza il peso avuto dal ruolo geo-strategico svolto dall'Egitto in quella regione del mondo. Prima, come baluardo nei confronti della minaccia rappresentata dallo stato islamico, poi come presidio di stabilità (sappiamo quanto precario) nei confronti della precipitazione della crisi libica. Questa la funzione assegnata al regime di Al Sisi dai Paesi occidentali, e dall'Italia tra essi.

Il nostro Paese, come afflitto da un complesso d'inferiorità, ha eseguito il suo compito con uno sbalorditivo eccesso di zelo. In questi quattro anni, non è stata svolta alcuna seria attività di pressione nei confronti dell'Egitto sul piano economico, commerciale, turistico, culturale. Non un solo atto significativo, che comunicasse il senso di una crisi aperta tra i due Paesi, da risolvere attraverso un'autentica cooperazione giudiziaria, capace di far procedere le indagini e la ricerca della verità. Il richiamo a Roma dell'Ambasciatore italiano al Cairo, l'8 aprile del 2016, rimase l'unica iniziativa diplomatica destinata a segnalare una questione irrisolta e una ferita non rimarginata. Ma sembrò, anche quello, un gesto inerziale, una procedura solo formale, il segno di una controversia sostanzialmente innocua. E così, alla vigilia del ferragosto del 2017, l'Ambasciatore italiano ritornò al Cairo, perché - si disse - potesse seguire meglio e sollecitare più efficacemente l'attività della magistratura egiziana. Ma, da quel torrido 14 agosto a oggi, nulla, proprio nulla, si è ottenuto: se non risposte equivoche che suonavano beffarde, vere e proprie menzogne e una strategia del rinvio, della dilazione, del differimento, destinata a un solo scopo: l'oblio sull'assassinio di Regeni. Per ottenere questo, le relazioni tra Egitto e Italia andavano normalizzate e ricondotte all'ordinarietà della più convenzionale prassi diplomatica. Se gli esecutivi di centrosinistra si erano rivelati rinunciatari, il primo governo Conte non riuscì a nascondere una certa euforia nel rinsaldare il rapporto con "l'amico Al Sisi": nel corso dell'agosto del 2018, furono ben quattro gli incontri tra i più importanti rappresentanti del governo italiano e il despota egiziano. Dai precedenti "buoni rapporti" a un'invereconda promiscuità, tuttora in atto. È in questo quadro di routine politico-diplomatica che avviene la compravendita delle due navi militari. E il riferimento a Giulio Regeni da parte del presidente del Consiglio, nell'atto di comunicare l'avvenuto accordo commerciale, risulta offensivo non solo per i familiari della vittima, dal momento che sullo sfondo c'è una grande questione di etica pubblica. E l'impegno a "proseguire nella collaborazione giudiziaria tra i due Paesi" - dopo che quella cooperazione si è rivelata, e da tempo, fallimentare - ha un sinistro suono postumo.