Pubblicato in 2019, Notizie il 15 Nov, 2019

Cucchi, la forza della famiglia che trasformò il lutto in una battaglia civile

Cucchi, la forza della famiglia che trasformò il lutto in una battaglia civile A Buon Diritto |

Un articolo di Luigi Manconi su La Repubblica del 15 novembre 2019


Ho conosciuto Ilaria Cucchi esattamente dieci anni fa. Avevo appreso tardivamente dal tg3 della morte di suo fratello, avevo rintracciato il suo numero di telefono e l’avevo chiamata. Ci siamo visti un’ora e mezza dopo in un bar vicino al Pantheon -aveva al polso un orologetto con un cinturino metallico ad anelli e mentre beveva un caffè le dissi: “Se crede posso cercare di aiutarvi”. Lei mi guardò un attimo e, senza esitare, mi rispose: ”Sì”. Probabilmente non sapeva nulla di me ma le riusciva difficile attribuirmi cattive intenzioni e, d’altra parte, non sapeva da dove cominciare. Durante l’incontro, durato appena pochi minuti, continuai a osservare il suo polso, quasi che spostare lo sguardo sul suo volto determinato potesse farmi provare qualcosa di simile a un senso di colpa. ( È una sensazione che altri hanno avvertito e non è necessario, credo, spiegarne il motivo. ) Più tardi al telefono, le proposi di organizzare per i giorni successivi una conferenza stampa. E, anche stavolta, la risposta positiva di Ilaria arrivò rapida. Allora non ero membro del governo né senatore (lo sarei diventato quattro anni dopo). La nostra associazione, A Buon Diritto, e Antigone potevano contare solo sull’esperienza maturata nella tutela dei diritti dei detenuti e nella mobilitazione intorno alla morte di Federico Aldrovandi, a seguito delle violenze subite da quattro poliziotti (poi condannati in via definitiva). Il pomeriggio precedente la conferenza stampa, Ilaria mi chiamò, inquieta, e mi disse di aver ricevuto le foto del corpo del fratello scattate all’obitorio; e  che nè lei né altri familiari avevano avuto cuore di guardarle, temendo lo strazio. Chiese, dunque, il mio parere sull’opportunità o meno di mostrarle in pubblico. Risposi che loro, esclusivamente loro, avevano il diritto di decidere quale scelta fare. Io già da qualche tempo ero pressoché cieco: e così, quelle immagini, in tutto il loro orrore, mi furono descritte e “raccontate”, tra le lacrime, da Valentina Calderone e Valentina Brinis. Solo a sera tarda Ilaria mi chiamò per dirmi che la famiglia aveva deciso di far conoscere quelle istantanee. Da quel momento cambiò tutto. 

Nel corso dell’incontro con i giornalisti, mentre parlava Giovanni Cucchi, mi resi conto di cosa stesse davvero accadendo. Quello di Ilaria e dei genitori era stato un gesto inaudito: avevano rinunciato a una parte del proprio lutto- il più riservato e intimo dei riti familiari- per condividerlo con altri, lontani e sconosciuti. Così facendo, avevano dismesso una porzione del proprio dolore, che avrebbe richiesto segreto e silenzio, per affidarlo ad altri, affiché ne facessero un buon uso pubblico. E così è stato. Senza quella abdicazione al diritto di vivere solo per sè e con sè la sofferenza più crudele, per farne un bene collettivo, le cose sarebbero andate diversamente. E, invece, la mobilitazione ci fu. Si mossero in tanti. E si mosse persino un gruppo di parlamentari: non solo i Radicali Emma Bonino, Rita Bernardini e Marco Perduca; non solo Guido Melis, Jean-Leonard Touadì e altri del PD, ma anche parlamentari lontanissimi come Flavia Perina, Renato Farina e Melania Rizzoli e qualcun altro. A quella prima conferenza stampa c’era, ovviamente, l’avvocato Fabio Anselmo, che sembrava essere lì da sempre, da sempre competente e acuminato ;e che, come mi disse sottovoce un assistente parlamentare, “assomiglia un po’ al Falstaff di Orson Welles”. Ma la vicenda della morte di Stefano Cucchi-ecco il punto- non è stato solo “il caso Cucchi”. Innanzitutto perché non è stato un caso (che ne è di Giuseppe Uva, morto nel 2008? di Michele Ferrulli, morto nel 2011? di Riccardo Magherini, morto nel 2014? e di molti altri?). E poi, perché la piccola storia del “geometra di Torpignattara” (Roma è fatta di quartieri che richiamano l’antica mappa delle torri medievali) rimanda alla storia assai più grande che accompagna le vicende del potere e mette a nudo le sue sopraffazioni e i suoi nascondimenti. L’ordinamento democratico trova il suo fondamento giuridico e morale in un patto che prevede lo scambio tra l’ubbidienza alla legge prestata dai cittadini e la promessa dello Stato di tutelare la loro incolumità dai nemici interni ed esterni. Se lo Stato non onora la sua promessa e addirittura attenta, esso stesso, all’integrità fisica e psichica dei cittadini (tanto più di quelli affidati alla sua custodia diretta, nelle carceri e nelle caserme), è come se lo Stato di diritto crollasse. Questo, perché viene a esaurimento proprio quella legittimazione basata sulla volontà e capacità di proteggere il cittadino. È quanto è accaduto nella vicenda di Stefano Cucchi e di altri. Ed è quanto non ha capito la stragrande maggioranza della classe politica che ha trattato questa storia come un problema al più filantropico, mentre era, in tutta evidenza una questione politica, in quanto conficcata in profondità nel rapporto degradato tra cittadini e Stato. 

Certo, in questi dieci anni siamo tutti cambiati. Io, sono invecchiato. Ilaria è diventata ancora più determinata e come dire, più intelligente (dice Paul Celan che questo è uno degli effetti del dolore); la famiglia ha dovuto affrontare prove tremende e i genitori ne portano tracce evidenti. Nei loro confronti tanta amicizia ma anche tanto malanimo. A Ilaria è stato rimproverato di aver indossato orecchini “troppo vistosi” durante una trasmissione televisiva. Nel corso del primo processo, quello conclusosi in un nulla di fatto, un pubblico ministero così definì l’atteggiamento della vittima nei confronti dei sanitari: “cafone, maleducato, scorbutico”; e rimangono, quale segno estremo di una semantica dell’infamia le parole di un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio a proposito di Cucchi: “ anoressico, tossicodipendente, larva e zombie”. Stefano Cucchi non c’è più da dieci anni. È stata necessaria questa immensa fatica per restituirgli l’onore che militari brutali, ufficiali felloni, giornalisti futili, e tutti i giovanardi-codardi hanno voluto sfregiare. Infine, in tutto questo tempo non ho mai sentito Ilaria, Rita e Giovanni Cucchi e nemmeno Lucia Uva, Domenica Ferulli, Patrizia Aldrovandi e Claudia Budroni pronunciare la parola vendetta e mai nessuno di loro augurarsi che i responsabili dei loro lutti “marcissero in galera” (non so se mi spiego).