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Uscire dal ghetto

Rapporto attività legale, sanitaria e di orientamento lavorativo svolte nello stabile occupato di Via di Vannina 78

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L’edificio occupato di via di Vannina 78, sgomberato dalle forze dell’ordine il 21 marzo 2018, rappresenta l’emblema delle gravi e irrisolte criticità del sistema italiano di accoglienza ed inclusione sociale dei migranti.

Più di cento persone, tutti cittadini extracomunitari e nella maggior parte dei casi legalmente soggiornanti, si erano stabilite in quel luogo a partire dal 2014. Questo vero e proprio ghetto è nato e si è sviluppato nell’indifferenza delle istituzioni, dando rifugio ai migranti in cerca di un riparo. Non è un caso che queste persone abbiano trovato sistemazione in degli edifici dismessi a via di Vannina, una stradina sterrata alle spalle di via Tiburtina, all’estrema periferia di Roma in zona Tor Cervara, vicina alla Questura - Ufficio Immigrazione sita in via Patini e a diverse strutture di accoglienza per richiedenti protezione internazionale.

Un luogo marginale e isolato, costeggiato da capannoni industriali, sale con slot-machine e compro-oro, con una forte presenza della criminalità organiz- zata, come testimonia l’operazione antimafia Babylonia che, il 23 giugno del 2017, ha portato al sequestro di numerose attività commerciali proprio nei pressi di quella zona. Solamente a giugno 2017, quando sia il civico 74 che il 78, a quei tempi entrambi occupati da circa cinquecento persone, furono sottoposti a una violenta operazione di sgombero, qualche riflettore si è acceso per mostrare un lato volutamente nascosto e dimenticato di Roma.

L’immobile al civico 74 era occupato da circa duecento persone, la maggior parte extracomunitarie, che avevano creato al suo interno una baraccopoli: al piano terra del capannone industriale gli occupanti avevano costruito delle baracche in legno, in assenza di luce, acqua e di servizi igienici. Le condizioni di vita risultavano pertanto estremamente precarie.

In seguito allo sgombero dell’8 giugno 2017 l’edificio è rientrato in possesso della proprietà. La maggior parte delle persone cacciate dal civico 74, nelle ore successive allo sgombero, si era spostata nell’edificio adiacente in via di Vannina 78 che, tuttavia, il 12 giugno 2017 è stato sgomberato a sua volta, costringendo le persone presenti ad accamparsi per strada.

Pur non avendo avuto la stessa risonanza dello sgombero di via Curtatone dell’agosto 2017, quello di via di Vannina 78 è stato caratterizzato da momenti di violenza.

Medici Senza Frontiere (MSF), intervenuta sul posto il 21 luglio 2017, ha riscontrato sette casi con esiti da trauma tutti, secondo le dichiarazioni degli interessati, da riferirsi alle modalità dello sgombero. In particolare MSF evidenzia come quattro persone abbiano fatto ricorso alle cure dei vicini presidi ospedalieri: una con frattura alla parete orbitale e al setto nasale, una con una contusione alla testa ed alla schiena e ferite al braccio sinistro; una con una contusione ad una gamba su pregressa frattura alla tibia; l’ultima con una contusione all’articolazione metatarso-falangea. Il caso sicuramente più grave, a riguardo, è quello di un rifugiato gambiano che, a seguito di una manganellata della polizia, ha perso in maniera permanente la vista dall’occhio destro.

Entrambi gli sgomberi sono stati effettuati senza alcun preavviso e senza la presenza della Sala Operativa Sociale (S0S). Ma se il numero 74 è effettivamente rientrato in possesso della proprietà, il civico 78 è stato nuovamente occupato.

Da quel momento, diverse associazioni si sono mobilitate per fornire un supporto di emergenza alle persone presenti nella struttura, cercando allo stesso tempo di comprendere i motivi dell’isolamento e di individuare soluzioni strutturali e dignitose per quante più persone possibile.

A Buon Diritto, Alterego – Fabbrica dei diritti e BeFree hanno curato la parte legale. Intersos e Medici per i diritti umani (MEDU) hanno fornito assistenza e orientamento socio – sanitario. Women’s International league for peace and freedom (WILPF) ha orientato e avviato alcuni occupanti al mondo del lavoro.

Tutti i servizi sono stati offerti all’esterno dell’immobile, salvo in alcuni casi eccezionali. Questo perché, anche se solo simbolicamente, ogni associazione ha voluto dimostrare che la soluzione a qualsiasi problema potesse trovarsi all’esterno dell’edificio, e quindi fuori dall’isolamento in cui erano stati confinati gli occupanti.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato: Lunedì, 14 Maggio 2018 19:30

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