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Combattere la violenza domestica: limiti e potenzialità della Convenzione di Istanbul

combattere la violenza domestica

 

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La violenza domestica, intesa come violenza di genere, è una delle più diffuse e radicalizzate forme di violenza esistenti nella società; le statistiche rivelano che nella maggior parte dei casi le donne sono uccise per mano dei loro partner. Tuttavia, va precisato che tale tipo di violenza può assumere anche forme diverse da quella fisica: la violenza psicologica ed economica ne sono un esempio.

La violenza subita dalle donne ad opera del proprio partner è una forma di controllo finalizzata a riprodurre nella coppia, o più in generale in famiglia, la sottomissione della donna esistente nella società. Tale subordinazione produce disuguaglianza e squilibrio tra uomini e donne nel godimento dei diritti fondamentali. Questa questione risulta essere un problema strutturale ed endemico della società contemporanea, che lo Stato tende a rendere perpetuo. Infatti, secondo la critica femminista, lo Stato è un’istituzione patriarcale, poiché rappresentata dagli uomini: esso perciò incorpora e preserva gli interessi degli uomini. Conseguentemente, solo quelle materie che corrispondono alle priorità maschili saranno oggetto di regolazione e disciplina da parte dello Stato; al contrario, quelle materie inerenti gli interessi femminili verranno lasciate alla sfera privata, sottraendole all’interferenza statale. L’interpretazione femminista della dicotomia “pubblico-privato ha spiegato, dunque, come lo Stato, abbia cristallizzato nella legge la disuguaglianza di genere esistente nella società, informando il piano del “dover essere” della legge su quello dell’“essere” proprio della società. In questo modo, la subordinazione della donna e la violenza come forma di controllo vengono legittimate e legalizzate.

Il diritto internazionale, in quanto fondato sul consenso degli Stati, riflette tale dicotomia: perciò, questioni prettamente femminili, quali ad esempio diritti sessuali e riproduttivi, violenza di genere in tempi di pace o di guerra, sono state a lungo escluse e trascurate dal diritto internazionale, in quanto rientranti in quelle
materie incluse nel “domaine réservé” degli Stati, e quindi riservate alla sovranità statale.

Solo negli ultimi decenni, con la progressiva rottura di tale dicotomia, ma soprattutto con la costruzione della teoria degli obblighi positivi degli Stati, la violenza domestica è stata inserita nell’ambito dei diritti umani, e dunque intesa come violazione del diritto ad essere uguali davanti alla legge, del diritto alla vita privata, fino alla configurazione della violenza domestica come violazione del diritto a non essere soggetti a tortura (ciò è stato possibile grazie alla ricostruzione, supportata da parte della dottrina, di una simmetria strutturale degli elementi costitutivi del reato de qua con il reato di tortura).

Il riconoscimento della violenza domestica come violazione dei diritti umani implica che lo Stato è considerato responsabile non solo per le azioni commesse dai propri organi, ma anche per quelle commesse da attori non statali, qualora lo Stato non soddisfi il proprio obbligo di rispettare, proteggere e prevenire tali violazioni.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, quale organi di controllo della Convenzione Europea sui Diritti Umani (CEDU), si è adeguata ai nuovi standard di protezione internazionale dei diritti umani attraverso un’interpretazione estensiva dei diritti umani già codificati nella CEDU: inizialmente la violenza dimestica è stata, perciò, configurata come violazione del diritto alla vita privata ex art 8 CEDU. Tale diritto considerato inclusivo del diritto all’integrità fisica e morale è stato ritenuto violato in tutti i casi in cui lo stato aveva omesso di adottare in via preventiva le dovute misure idonee a proteggere la vittima dagli atti di violenza del suo carnefice, intervenendo con misure restrittive della libertà personale o di allontanamento coattivo dall’abitazione comune, oppure aveva omesso di svolgere le indagini necessarie a punire i responsabili.

Tuttavia, l’art. 8 offre una tutela attenuata in quanto il diritto alla vita privata non ha carattere assoluto e dunque, nell’adempiere agli obblighi ad esso inerenti gli stati possiedono ampia discrezionalità. Con l’entrata  in vigore della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne
e la violenza domestica (detta Convenzione di Istanbul) nel 2014 la posizione della Cedu si rafforza. In primis la violenza domestica è stata ricondotta all’interno dell’art 3, che protegge gli individui dal reato di tortura ed ha valore assoluto: di conseguenza, il margine di apprezzamento lasciato allo stato in tale materia viene ristretto e lo scrutinio da parte della Cedu circa il rispetto degli obblighi incombenti sullo Stato viene ampliato. La Cedu ha poi dato un contenuto più ampio agli obblighi dello Stato di proteggere, prevenire e punire le violenze domestiche. In tal senso, l’utilizzo della tecnica di fertilizzazione incrociata ha permesso alla Corte di interpretare la CEDU in modo conforme alla Convenzione di Istanbul. Inoltre, la Cedu ha provveduto a riconoscere la violenza domestica come forma di discriminazione ex art. 14 CEDU, dichiarando che ogni singola violazione è da ricondurre ad una pratica discriminatoria e dunque generalizzata degli Stati, che non adottando le misure necessarie condonano de facto tali violazioni e ne favoriscono la sistematicità.

Pubblicato: Mercoledì, 09 Maggio 2018 16:02

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