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Slegami

Il suicidio di un ragazzo di 22 anni a Regina Coeli e il diritto alla salute mentale

Stop Opg

26 febbraio 2017

Il  suicidio  di  un  ragazzo  di  22  anni  nel  carcere  di  Regina  Coeli  e  il diritto alla salute e alle cure delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale

Il suicidio di un ragazzo di 22 anni, da tempo sofferente, in una cella del carcere a Regina Coeli ci obbliga a interrogarci su come sia possibile evitare si ripetano simili tragedie. La madre del ragazzo ha inviato ad Antigone l’ultima lettera che suo figlio aveva spedito al fratello lo scorso 16 febbraio, affinché fosse resa pubblica: lo stato di sofferenza traspare evidente. I fatti finora conosciuti  ci  dicono  che  era  scappato  da  una  Rems  nel  Lazio,  dove  scontava  una  misura  di sicurezza  detentiva  provvisoria;  una  volta  rintracciato  dai  carabinieri,  il  magistrato  ha  deciso per la custodia cautelare in carcere. Nonostante i reati contestati fossero di lieve entità. C’è  subito  da  chiedersi: perché non  è  stata  concessa  una  misura cautelare  non detentiva? Quindi alternativa al carcere e anche alla Rems, onde rispondere meglio alle esigenze, anche di cura, del giovane?

Abbiamo  già  detto  che  le  persone,  ancor  più  così  giovani,  con  problematiche  di  questo  tipo, devono essere affidate alsostegno medico, sociale, psicologico dei servizi delle ASL territoriali e  non  messe  dietro le  sbarre  di una  cella e  nemmeno  necessariamente  finire  in Rems,  che  è una delle soluzioni non l’unica. Infatti, l’obiettivo della legge 81/2014 sul superamento degli Opg è quello di far prevalere, per la cura e la riabilitazione delle persone, progetti individuali con misure non detentive, nel solco delle  sentenze  della  Corte  Costituzionale,  la  n.  253  del  2003  e  la  n.367  del  2004,  ispirate esplicitamente  dalla  legge  180  (Riforma  Basaglia).  Le  Rems  quindi  devono  essere  l’extrema ratio e non, come sta accedendo, il nuovo contenitore al posto degli Opg o peggio l’alternativa al  carcere.  Così  si  stravolge  la  funzione  delle  Rems  (e  le  si  travolgono  visti  i  numeri  delle persone potenzialmente coinvolte), che non sarà più “residuale”: cioè destinata ai pochi casi in cui   le   misure   di   sicurezza   alternative   alla   detenzione   si   ritiene   non   possano   essere assolutamente praticabili.

Questa tragedia ripropone il tema del diritto alle cure dei detenuti troppo spesso negato dalle drammatiche condizioni delle carceri. La prima risposta è rafforzare e riqualificare i programmi di tutela della salute mentale in carcere da parte delle Asl, mentre il Dap deve istituire, senza ulteriori  ritardi,  le  sezioni  di  Osservazione  psichiatrica  e  le  previste  articolazioni  psichiatriche, che non possono essere solo celle con posti letto, servono spazi adeguati per le attività di cura e riabilitazione.

Ma  soprattutto  si  devono  potenziare  le  misure  alternative  alla detenzione.  Tanto  più per  i  reati  minori. Il  diritto  alla  salute  e  alle  cure  dei  detenuti non  si  risolve  inviandoli  nelle Rems  aumentandone  i  posti.  Se  moltiplichiamo  strutture  sanitarie  di  tipo  detentivo ndedicate solo  ai  malati  di  mente,  riprodurremmo  all’infinito  la  logica  manicomiale.  Piuttosto  bisogna potenziare i servizi di salute mentale e del welfare territoriale. Infine, occorre abolire la misura  di  sicurezza  speciale  destinata  solo  ai  malati  di  mente  autori  di  reato:  l’ultimo  muro  del manicomio da abbattere.

il Comitato nazionale stopPG

Stefano Cecconi, Patrizio Gonnella, Giovanna Del Giudice, Denise Amerini

Pubblicato: Lunedì, 06 Marzo 2017 12:29

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