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Morire di carcere

Suicidi in carcere

morire di carcere suicidiNelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza molto maggiore rispetto alle persone libere, quasi sedici volte in più.

Può sembrare un'ovvietà, dal momento che il senso comune suggerisce (non sempre a ragione) che ci si toglie la vita quanto si è disperati: e dove si è “più disperati" che in carcere? Ma se questo è vero, come si spiega che non ci si ammazzi con altrettanta frequenza quando si è malati in maniera estrema e irreversibile? Evidentemente, la "disperazione" è una condizione più complessa, costituita da molti fattori e non riconducibile all'assenza di speranza (che speranza può nutrire, secondo i parametri convenzionali, un malato terminale di cancro?).
In altri termini, si può dire che le ragioni che determinano il suicidio sono tante quanti sono i suicidi; e in genere, proprio perché così "personalizzate", sono imperscrutabili. Si può ipotizzare, tuttavia, che a produrre la crisi e la rottura dell'equilibrio (e a costituire la ragione scatenante di quel processo che porta, infine, a togliersi la vita), è la constatazione che non valga la pena vivere. Tale situazione si riproduce più facilmente all'interno di una cella che in una stanza di ospedale. In quest'ultimo luogo, infatti, resiste quella “consolazione” rappresentata dalla vita di relazione: affetti, legami, sentimenti; e possibilità di comunicazione.
Tutto ciò sopravvive in qualche modo anche in carcere, ma in forma intollerabilmente coatta: i rapporti sono quelli imposti dalla condivisione degli spazi chiusi e dalla promiscuità (si considerino i dati del sovraffollamento); le forme e i tempi della comunicazione, con l'esterno e con l'interno, sono regolati dall'alto; l’aspettativa di vita riguarda una esistenza prigioniera. Tutto ciò impoverisce e inaridisce: e toglie speranza e vita. E può determinare la decisione di farla finita.
Spesso ciò accade negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori: in strutture fatiscenti, dove sono poche le attività trattamentali, dove è scarsa la presenza del volontariato. In alcuni casi le persone che si sono tolte la vita erano affette da malattie invalidanti e ricoverate in Centri Clinici Penitenziari. Sembra che l’allocazione in un determinato reparto rappresenti il principale fattore di rischio, più della gravità della patologia. Il raggruppare i detenuti in base al loro stato di salute fa sì che costoro si specchino quotidianamente e si ritrovino nella sofferenza dei compagni: questo contribuisce a far perdere loro ogni speranza.
Proprio la "perdita di speranza" è una delle spiegazioni per la maggior parte dei suicidi che avvengono nelle carceri. Eppure spesso molti operatori, anche medici, non tengono conto di questo fattore e cercano di giustificare il tutto con lo “squilibrio mentale” del detenuto. Inoltre la maggior parte delle volte l’unica misura che viene predisposta per chi sopravvive a un tentativo di suicidio è l’isolamento nelle celle "lisce", cioè celle completamente vuote, oppure il ricovero in psichiatria. E si tratta comunque di interventi a posteriori messi in atto nei confronti dei "sopravvissuti". Nel campo della prevenzione si fa ancora troppo poco. E quasi sempre, manca un esame sui trascorsi delle persone che si sono uccise, per cercare di capire da dove nascesse la loro disperazione.

Un altro elemento che accomuna molti suicidi è la mancanza totale di prospettive.
Coloro che sentono di non avere alcuna possibilità di una vita migliore, di riottenere la rispettabilità persa, di poter trascorrere utilmente la detenzione (in tante carceri il tempo della pena è tempo vuoto, dissipato lentamente aspettando la liberazione), di poter tornare a vivere "normalmente", senza sentirsi condannati ad una vita ai margini, di solitudine, di sofferenza fisica e psicologica, sono coloro che il più delle volte ricorrono al suicidio come unico mezzo per sfuggire a tutto ciò.

Messi a fuoco i problemi si dovrebbero e potrebbero intraprendere dei seri percorsi per ridurre al minimo il rischio che un detenuto tenti il suicidio.
Per prima cosa bisognerebbe tutelare la dignità delle persone incarcerate e ancora in attesa di giudizio.
In secondo luogo bisognerebbe concentrarsi sulla "qualità della pena", ad esempio riempiendo in modo costruttivo il tempo trascorso in carcere.
Fondamentale, inoltre, sarebbe il potenziamento delle attività di assistenza psicologica e psichiatrica, ancora troppo carenti.
Infine bisognerebbe reinserire il detenuto nella società al termine della pena. A questo proposito, i Radicali Italiani hanno svolto una ricerca e aperto un'inchiesta per capire come operano i Consigli d’Aiuto Sociale, ovvero gli organi che dovrebbero sostenere le persone scarcerate nei primi mesi di libertà. L' impressione è che tali Consigli esistano esclusivamente sulla carta, nella legge di riforma penitenziaria del 1975. Nessun detenuto o ex detenuto infatti ricorda che siano intervenuti per aiutarlo.

Dal 2001 a oggi si sono suicidate in carcere 838 persone, di cui 34 nel solo 2014 (dati aggiornati a ottobre).

Per quanto riguarda i tossicomani, questi rappresentano il 31% dei casi di suicidio a fronte di una presenza, sul totale dei detenuti, di circa il 30%. Si uccidono con più frequenza da "definitivi" e addirittura in prossimità della scarcerazione: ciò può essere indicativo delle angosce spesso legate al ritorno in libertà.

Il numero di suicidi è più alto tra gli italiani che gli stranieri: con una presenza straniera del 30% circa sul totale dei detenuti, i suicidi di stranieri rappresentano circa il 16%. Tuttavia questa percentuale è probabilmente sottostimata, essendo maggiore la difficoltà nel raccogliere notizie sulle morti dei detenuti stranieri rispetto a quelli italiani. I detenuti stranieri sono infatti spesso privi di quella rete di sostegno (famiglie, avvocati etc.) che in molte circostanze fa da cassa di risonanza all’esterno del carcere.
Anche il numero complessivo dei suicidi è probabilmente sottostimato. Se un detenuto cerca di uccidersi nella propria cella, ma muore in ospedale o in ambulanza, il suo non sempre rientra negli atti suicidali carcerari. Inoltre l’amministrazione penitenziaria tende a declassificare come eventi involontari fatti volontari.
L’ingresso in carcere e i giorni immediatamente successivi sono uno dei momenti in cui il rischio di suicidio appare più elevato.

Alcuni eventi della vita detentiva come il trasferimento da un carcere all’altro, l’esito negativo di un ricorso alla magistratura, la revoca di una misura alternativa, la notizia di essere stati lasciati dal partner, sembrano fungere da spinta nella decisione di "farla finita".

Sembrano essere invece abbastanza rari i casi di suicidio direttamente connessi all’arrivo della sentenza di condanna.
Circa un terzo dei suicidi avviene in un’età compresa tra i 20 e i 30 anni e più di un quarto in un’età compresa tra i 30 e i 40.

Ultimo dato, estremamente importante e preoccupante, riguarda gli elevati suicidi di agenti di polizia penitenziaria: negli ultimi dieci anni oltre cento poliziotti si sono tolti la vita. Questo a dimostrazione del fatto che le condizioni di vita in carcere, quando vengono violati i più elementari diritti umani e la dignità delle persone, non riguardano solo i detenuti, ma anche chi in quegli istituti lavora. Riformare il carcere, prevedendo spazi adeguati, attività risocializzanti e formazione lavorativa, è più che mai necessario. Per chi nel carcere vive e lavora, per le loro famiglie e per il tessuto sociale nel quale sono inseriti.

A Buon Diritto insieme a Radicali Italiani, Il Detenuto Ignoto, Antigone, Radiocarcere e Ristretti Orizzonti fa parte dell' OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE.
Qui il link del dossier Morire di carcere

Pubblicato: Giovedì, 30 Ottobre 2014 19:44

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