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Dino Budroni

Dino BudroniLa vicenda

Dino Budroni muore a 40 anni all’alba del 30 luglio 2011 per un colpo di arma da fuoco sparato da una volante di polizia sul grande raccordo anulare di Roma. Budroni, alla guida della sua vettura, era inseguito da due volanti fin dalla zona Tuscolana, dove era stato segnalato al 113 dalla fidanzata per minacce e danneggiamenti alla sua abitazione, avendo battuto colpi e danneggiato la porta. Secondo gli agenti della prima volante Budroni sarebbe sfuggito a un controllo della polizia fingendo di fermarsi con la macchina per poi invece ripartire all’improvviso: da qui l’inseguimento con l’arrivo di una seconda volante e di una radiomobile dei Carabinieri. La Ford Focus di Budroni sarebbe stata, dopo l’inseguimento sul raccordo, bloccata e costretta a fermarsi. Lo sparo, secondo quanto sostengono gli avvocati della famiglia Budroni, sarebbe partito proprio in quel momento, quando cioè non c’era bisogno di fermare il fuggitivo, che già era stato fermato, senza aver ricevuto un ordine di sparare e a distanza ravvicinata.

Il processo

Il 18 novembre 2013 è iniziato il processo per la morte di Budroni. Erano presenti i poliziotti della Volante Beta Como e l’assistente capo che comandava l’altra volante, quella sulla quale si trovava l’agente che ha sparato il colpo mortale per Budroni. In aula erano presenti anche Luigi Manconi, presidente dell’associazione A Buon Diritto, Lucia Uva, Ilaria Cucchi, la madre di Stefano Gugliotta e gli avvocati della famiglia Budroni: Fabio Anselmo e Alessandra Pisa.

I poliziotti raccontano di un inseguimento folle a 200 km/h e che i due spari (uno dei quali fatale) sarebbero partiti perché Budroni non si fermò, nonostante avesse ricevuto l’ordine di farlo. Una perizia del Ris dimostra che l’inseguimento è in realtà avvenuto a una velocità tra i 50 e gli 80 hm/h. I rilievi sul Raccordo mostrano ammaccature della carrozzeria e del guardrail, la prima marcia inserita ed il freno a mano tirato; un audio (solo ora agli atti del processo) tra la vettura Alfa 159 e la centrale operativa dei Carabinieri riporta la testimonianza del brigadiere P., che si trovava sul luogo dell’accaduto, mette in discussione quello che è stato sostenuto dai poliziotti fino al 21 marzo 2014.

Nell’ultima udienza, davanti al giudice Roberto Polella, ha testimoniato D.G., al volante dell’Alfa 159, l’auto che si era aggiunta alle due della polizia nell‘inseguimento. Al suo fianco quella mattina si trovava il brigadiere P. che parla via radio con la centrale e poi col capitano A., riferendo quella che appare come un’esecuzione a sangue freddo. Il brigadiere racconta che Budroni ha cercato di speronare l’Alfa 159, senza riuscirci e che la polizia ha sparato quando la Focus era ormai ferma contro il guardrail, bloccata dall’auto dell’Arma. M.P., accusato di omicidio colposo con l'aggravante dell'eccesso colposo nell'uso legittimo di armi, avrebbe sparato due colpi a distanza ravvicinata mentre Budroni era accasciato sul guardrail, dopo esserci andato a sbattere con la vettura.

Questi audio sono arrivati in aula grazie a Fabio Anselmo: i precedenti legali infatti non avevano ritenuto utile allegare neanche le perizie balistiche e stradali che hanno fatto vacillare la ricostruzione fatta dall’imputato: poco convincente è il fatto che i due bossoli siano stati rinvenuti dalla parte opposta rispetto alla posizione nella quale si dovevano trovare per le leggi della fisica.

Altre cose non tornano. Ad esempio, dai tabulati telefonici risulta che a chiamare il 113 non sia stata la fidanzata di Budroni, bensì un uomo amico della donna, circostanza però non inserita negli atti processuali. Sempre in base ai tabulati, Budroni sarebbe arrivato a casa della fidanzata solo dopo la denuncia al 113. Uno scontrino di un bar sulla Nomentana ritrovato nella sua tasca segna le 4.14 come orario di acquisto di una birra. C’è un testimone, F.C., che ha un banco al mercato di Val Melania e che tutti i giorni fa quella strada per andare a lavorare. Dice che all’alba di quel 30 luglio si trovava sulla corsia esterna del grande raccordo anulare che dai mercati generali porta verso Nord. All’altezza della Nomentana vede una Focus con il corpo di uomo piegato in avanti, sul volante, senza vita. Dice di essere passato lì prima delle 5. L’orario non coincide con quello testimoniato dai poliziotti, che dicono che la sparatoria è avvenuta alle 5. F.C., nonostante sia un testimone oculare, non è mai stato chiamato a testimoniare.

Il processo di primo grado si è concluso nel luglio 2014 con l'assoluzione dell'agente per uso legittimo delle armi. La sentenza di secondo grado, prevista per maggio 2017, potrebbe tuttavia ribaltare la decisione: il pg ha chiesto infatti una condanna a un anno e sei mesi.

Dino Budroni, nel luglio 2012 - un anno dopo la sua morte- è stato condannato in contumacia a due anni e un mese e a 600 euro di multa per il furto della borsa della ex e per detenzione illegale di una vecchia carabina. La sentenza è stata annullata nell'aprile 2017 dai giudici della terza sezione della Corte di Appello di Roma.

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