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Passaggio a livello: Calma e idee possibilmente originali

valori umanidi Ubaldo Pacella, 12/07/2016

Le settimane appena trascorse sono state caratterizzate da un clima di tempesta che confligge con la canicola estiva ormai padrona dell’Europa, sicuramente di quella mediterranea. La vittoria tracimante del Movimento 5 stelle da un lato, ampiamente scontata a Roma, ma non nella Torino di Fassino, dove efficienza e buongoverno hanno lasciato il campo alla volontà irrefrenabile del cambiamento, condita con la velenosa vendetta del centro destra, i cui elettori dopo venti anni di fallimenti hanno premiato la Appendino, dall’altro il successo dei leave, i fautori della Brexit, sottostimata dall’establishment internazionale e finanziario, cui si sono aggiunte le elezioni spagnole, sottoscrittrici di una pervasiva ingovernabilità, le crisi bancarie in tutto il vecchio continente, con la bandiera per l’Italia del Monte dei Paschi di Siena, infine per completare un cocktail da stomaci forti le ulteriori fibrillazioni sul Governo Renzi in vista del referendum costituzionale del prossimo autunno e della modifica dell’ Italicum.
E’ arduo ordinare una riflessione pacata su questioni così rilevanti. Proviamo, con sprezzo del ridicolo, a cimentarci con qualche nota, rinviando le analisi ad un approfondimento dei singoli temi.


Il primo posto spetta di diritto al referendum britannico che ha sancito l’uscita di Albione dalla UE. Più che un successo dei populisti è una resa di David Cameron alla propria spregiudicatezza E altezzosa mancanza di cautela, che lo consegnerà alla storia come il premier che ha messo a repentaglio l’intero progetto comunitario e forse la stessa identità del Regno Unito dopo sei secoli, è la democrazia del ‘900 a soffrire. L’interrogativo è se le classi dirigenti debbano tracciare una linea al tempo stesso ideale e concreta per offrire un futuro meno incerto ed esposto a repentini rivolgimenti ai cittadini, o se debba prevalere su orizzonti così complessi l’emotività del popolo, chiamato con uno strumento decisamente rozzo a tracciare un solco che, per decenni in questo caso, disegnerà i destini dell’intero popolo britannico. Viene da chiedersi perché azzardare il rischio politico, se non per speculativa improntitudine, su un tema che coinvolge circa 500 milioni di europei e non farlo per le tante guerre asimmetriche che si combattono da oltre venti anni? Non a caso pochi giorni dopo la Brexit una eminente commissione britannica ha duramente condannato senza appello la guerra in Iraq voluta da Tony Blair per blandire ed andare a rimorchio degli Stati Uniti di George Bush jr.


Chi scrive è stato testimone a Londra il 2 luglio scorso, in una cornice autunnale, di una imponente manifestazione a favore della UE. Potevano svegliarsi prima i tanti benpensanti che all’ombra del disinteresse politico coltivavano i propri affari. La democrazia, nella forma novecentesca in cui la conosciamo e apprezziamo, è oggi a forte rischio. Richiede applicazione tenace, responsabilità, rigore, condivisione e per prima cosa partecipazione diretta. Non si possono delegare scelte di così alto profilo. La democrazia rappresentativa per non essere ostaggio o peggio travolta dal populismo, dalla ribellione emotiva, da un cambiamento senza orizzonti e progetto si poggia sulla adesione di tutti i cittadini, soprattutto di quelli che per formazione, competenze e opportunità potrebbero compensare la fluttuazione delle masse, solleticate dai tribuni di turno. Costoro coltivano esclusivamente un immediato tornaconto, non svolgono una lungimirante azione politica. Contenerne l’urto è la necessità dei nostri giorni, di pari passo con una profonda revisione in senso inclusivo delle categorie più fragili della società, unitamente a modelli sociali improntati all’equità al rispetto dei diritti, alla promozione dei valori, anteponendoli alla insensata ricerca di ricchezza alimentata, a qualsiasi costo, da una finanza ottusa quanto aggressiva, che rischia di essere travolta dal proprio egoismo. La presa della Bastiglia a Parigi durante la rivoluzione del 1789 è stata opera delle plebi, non della ricca borghesia, la stagione sanguinaria che ne è seguita è andata molto oltre le intenzioni delle classi dirigenti che avrebbero voluto governare la rivoluzione.


Si apre così per l’Europa una stagione foriera di inquietudini e tensioni, per di più in mancanza di leader veri e lungimiranti. Non ce ne vogliano i governanti attuali ma Merkel, Hollande e Renzi appaiono come trepidanti scolaretti al cospetto delle opinioni pubbliche, non gli statisti in grado di disegnare un futuro, renderlo effettivamente percepibile, impegnarsi in grandi progetti sulla scia delle dichiarazioni di Ventotene. Tutto questo alla vigilia dei sessant’anni del trattato di Roma, pietra d’angolo della UE.
Crediamo che l’esempio britannico possa essere alla lunga molto utile per l’Europa, per l’Italia in primis. Dimostrerà come in una economia globalizzata e in scenari altamente mobili a livello planetario l’isolamento altezzoso di quello che fu un vecchio Impero è impossibile da gestire. Un disegno rivolto al passato come il congresso di Vienna del 1815, una restaurazione capace di lasciare ferite aperte, non orizzonti promettenti per i giovani, occasioni di sviluppo o vite meno difficili per i vecchi, i pensionati, gli umili, saranno costoro a pagare il prezzo più alto della Brexit. Attendiamo le smentite della storia.


I fatti di casa nostra, la travolgente avanzata dei grillini del Movimento 5 stelle che oggi hanno il vento in poppa e il successo dell’opinione pubblica che ne gonfia le vele rappresentato una opportunità senza precedenti per trasformare in meglio le città e potenzialmente l’intero Paese. Non nascondiamo un pacato scetticismo sulle capacità di governo e di indirizzo del Movimento, ancora raccogliticcio, per alcuni versi anarchico, per altri già inopinatamente correntizio, come dimostra con solare evidenza la nascita sbilenca della giunta di Roma, con una sindaca, termine orribile ancorché approvato dalla Crusca, Virginia Raggi incapace di nominare il proprio capo di gabinetto, strattonata da più parti e pesantemente condizionata. Quale sarà la coesione i l’incisività di indirizzo di questa squadra lo vedremo a breve. I primi segnali alimentano timori, eppure da cittadini romani dobbiamo scommettere sul successo del Movimento 5 stelle. Mettere ordine e ridare efficienza e dignità ad una città ormai travolta dal collasso dei servizi, dal malaffare, dall’inciviltà e tracotanza a tutti i livelli è solo la prima pietra di una evocata rinascita. Sarà di stimolo e monito per i partiti giustamente travolti dall’onda grillina dopo oltre tre lustri di fallimenti, di clientele, di gestioni oscure, colluse, quando non apertamente mafiose. Cambiare volto a tre aziende cardine Ama, Atac e Acea vorrebbe dire restituire la speranza ai cittadini e servizi in linea con le necessità di una capitale moderna. Le opposizioni si mettano a studiare, primo tra tutti il PD, si muovano gomito a gomito con le esigenze dei territori, elaborino una visione di comunità, rompano l’intreccio che li ha condotti ad affondare nella melma di piccoli interessi arroganti. Se saranno in grado di farlo la politica avrà vinto comunque una sfida e avremo una nuova tenace preparata classe dirigente quella che manca da almeno 40 anni.
Nessuno oggi deve ragionare nell’ottica del fallimento, del tanto peggio tanto meglio, della demolizione né a livello delle città, tantomeno del governo nazionale.


La necessità è costruire percorsi nuovi e originali di sviluppo ed inclusione sociale, a partire dal lavoro, dai giovani, dalle periferie dei valori, non solo dalle piazze abbandonate, calcinate dal sole ove la fanno da padrone degrado, droga e criminalità.
Lo stesso presidente del Consiglio sembra aver attenuato i toni da guascone in preparazione al referendum costituzionale, come alle scelte del Governo in materia di economia, politica estera, immigrazione e rapporti con la UE. Sapremo se è una opportuna inversione di tendenza, il concentrarsi sul merito delle questioni, non su slogan rabdomantici, una pacata assunzione di responsabilità piuttosto che una sfida in salsa grillina, impossibile da reggere per chi non deve parlare ai cittadini scontenti, bensì farsi interprete delle lo ro necessità quotidiane e di lungo periodo.
Una svolta integrale un rinnovamento profondo è stato invocato da tempo da più parti, ne abbiamo la possibilità coinvolgendoci appieno nella gestione delle città, in un nuovo disegno costituzionale che, oltre le mille ombre, tracci una netta demarcazione dai politici del fallimento a quelli della speranza.

Pubblicato: Martedì, 12 Luglio 2016 16:29