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Privazione della libertà

Forze di polizia e cittadini: quali evoluzioni?

Rocca, n. 20/2017

di Valentina Moro

A colloquio con il senatore Luigi Manconi, docente di Sociologia dei fenomeni politici

Chi si occupa in ambito accademico di violenza istituzionale, deve a Luigi Manconi una chiara concettualizzazione in termini sociologici degli aspetti più rilevanti del tema. Chi, invece, se ne interessa per motivi politici o per esigenze d’inchiesta giornalistica, non può esimersi dal riconoscere il contributo che il presidente della Commissione diritti umani del Senato ha fornito rispetto al riscontro e alla denuncia di alcuni meccanismi perversi della nostra organizzazione sociale. Perché un uomo che muore nei luoghi il cui lo Stato esercita il suo potere coercitivo o per mezzo della scellerata condotta di coloro i quali sono deputati all'uso legittimo della forza, costituisce sempre uno scandalo, indipendentemente da quale sia la condotta morale o il curriculum criminale di quel cittadino. Le foto del corpo martoriato di Stefano Cucchi e quelle che ritraggono il cranio insanguinato di Federico Aldrovandi, le immagini del volto oltraggiato di Giuseppe Uva come il video che testimonia gli ultimi drammatici istanti di Riccardo Magherini, sono solo alcuni dei documenti che hanno permesso ad un pubblico sempre più ampio di associare nomi a volti e a corpi straziati e, per questo, esplicitamente eloquenti. Proprio il racconto e la denuncia sociale – a cui spesso seguono appelli e mobilitazioni – sembrano contribuire seppur lentamente ad un mutamento della percezione collettiva.

Professore, esiste una relazione tra la difficoltà che c'è stata dodici anni fa nel rintracciare i testimoni dell'uccisione di Aldrovandi e le decine di segnalazioni che invece sono pervenute nel 2014 in relazione alla morte di Magherini? Cioè, è possibile ipotizzare che oggi lo sguardo della collettività sia più allenato e, dunque, più vigile rispetto agli abusi in divisa?
Mi sembra un'interpretazione eccessivamente ottimista. Non la nego in blocco, ma l'accetto con riserva. Insomma: è vero che i nove anni trascorsi tra la morte di Federico Aldrovandi e quella di Riccardo Magherini hanno fatto maturare una maggiore consapevolezza dei diritti individuali quando essi vengono lesi dagli apparati dello Stato. Ma la diversa reazione all'aggressione contro Aldrovandi rispetto a quella contro Magherini la attribuisco, piuttosto, a una circostanza ambientale. Il primo subì l'aggressione dei poliziotti in una zona periferica della città, a quell'ora quasi deserta. Il secondo, invece, in un quartiere di Firenze dove è particolarmente intensa l'aggregazione sociale, le relazioni tra i cittadini, il senso di appartenenza a una comunità. È stato questo, soprattutto, a fare la differenza. Poi non c'è dubbio che la notorietà assunta da alcune tragedie, penso alla morte di Stefano Cucchi, abbiano qualche effetto di deterrenza. Tuttavia, è appena di qualche mese fa la vicenda di quei carabinieri della Lunigiana indagati in un numero rilevante e per una serie impressionante di abusi e violenze.

Negli ultimi anni sembra che si stia consolidando un atteggiamento di apertura dei vertici delle polizie, i quali infrangono silenzi, chiedono scusa, arrivano ad auspicare – e mi riferisco alle dichiarazioni estive del capo della polizia Gabrielli – codici identificativi sulle divise. Cosa sta accadendo?
Non c'è dubbio che questo sia un riflesso del fatto che l'opinione pubblica sia meno disposta di una volta ad accordare impunità agli appartenenti alle forze di polizia. Ma c'è una contraddizione bruciante: mentre i massimi responsabili delle forze dell'ordine rilasciano quelle dichiarazioni, altri (e mi auguro che siano altri e non gli stessi che modificano le proprie posizioni a seconda delle circostanze) intervengono, spesso pesantemente, contro i tentativi di rendere più trasparenti i corpi dello Stato e più tutelati i diritti dei cittadini. È certo, infatti, che in un momento molto delicato per l'approvazione della legge contro la tortura, i vertici della polizia siano intervenuti nel dibattito, condizionandolo. E, a seguire, i numerosi sindacati e sindacatini della polizia si sono fatti sentire con particolare virulenza. E di quel codice identificativo citato da Gabrielli, temo che non si potrà parlare con serenità per molti anni.

Rispetto ai sindacati cui lei accennava poc'anzi, è fuor di dubbio che questi abbiano ricoperto un ruolo di prim'ordine nel depotenziamento del suo testo di legge contro la tortura. Gli slogan che spesso utilizzano e le iniziative che promuovono, lasciano pensare che vi sia una componente ancora marcatamente di destra tra gli appartenenti alle forze dell’ordine...
Perché non chiamare le cose con il loro nome? C'è all'interno della Polizia di Stato e tra i Carabinieri una componente democratica che, grazie al cielo, sembra crescere. Servitori dello Stato che credono seriamente nei diritti fondamentali della persona e nelle prescrizioni costituzionali. Poi c'è un'ampia componente di destra la quale, sostanzialmente, ritiene che le preoccupazioni garantiste costituiscano un inutile orpello, se non un ostacolo all'efficace funzionamento degli apparati della repressione. E c'è, infine, una vera e propria componente fascista o fascistoide che si ritiene impegnata in uno scontro senza regole e, direi, all'ultimo sangue col nemico interno: chiunque sia, o sembri, un'insidia per l'ordine pubblico. Dal giovane perdigiorno all'immigrato, dal writer al pusher, dal venditore ambulante abusivo al mendicante, da chi schiamazza più del consentito a chiunque si mostri insofferente non solo verso leggi e le regole ma anche solo verso gli stili di vita dominanti.

D’altro canto, sul tema degli abusi di potere è curioso notare come alcuni centri sociali di destra – si pensi a CasaPound – si siano mobilitati nella richiesta di giustizia per i casi che abbiamo citato. Relativamente a questa tematica, esiste un'identità di piazza che accomuna manifestanti di destra e di sinistra?
Assolutamente no. E lo dico con grande convinzione. Tranne che in rarissime circostanze, non mi sembra che quella che lei chiama la "piazza di destra" abbia mostrato sensibilità per il tema delicatissimo delle garanzie. E si comprende: i tratti di quel sovversivismo destrorso, anche quando si pongono come innovativi e magari libertari, non sono in grado di rinunciare a un apparato ideologico di fondo che poi è quello autoritario e, appunto, fascistoide.

La teoria delle "mele marce", spesso avanzata a margine di vicende che evidenziano un agire discutibile delle forze dell'ordine, trova un riscontro nella realtà?
La formula così abusata che fa riferimento alle poche "mele marce" si rivela grottescamente tragica, oltre che sgangherata dal punto di vista botanico. Come è noto, se in un cestino ci sono alcune mele marce - e forse basta una sola - in poco tempo l'insieme delle mele ne risulterà infettata. Non solo: è scontato che i delinquenti siano una percentuale ridotta, ma non è affatto scontato che la gran parte di non delinquenti eviti la complicità, la connivenza e l'omertà verso quei pochi delinquenti in divisa. È, in realtà, la stessa organizzazione gerarchica dei corpi dello Stato che inducono, o comunque non combattono in modo adeguato, un simile atteggiamento di solidarietà corporativa. Il cuore della questione è, dunque, un altro e chiama in causa il deficit di formazione e informazione degli appartenenti ai corpi di polizia. Nelle loro scuole e nei loro corsi di aggiornamento, quale spazio non solo formale hanno la Costituzione e i suoi principi? Quanto tempo viene dedicato a informare sui diritti inalienabili dei cittadini? In sintesi: quando mai accadrà che la maggior parte dei poliziotti e dei carabinieri arrivi a considerare la persona che si trova davanti non come un probabile nemico, una minaccia incontenibile, un'insidia pericolosa? Se tra il cittadino in divisa e il cittadino senza divisa non si crea questo legame "costituzionale", lo Stato democratico non riuscirà a liberarsi di così pesanti retaggi del passato.

In un libro che ha scritto con Valentina Calderone, lei afferma che non è plausibile immaginare forze di polizia totalmente immuni dalla violenza. Che spaccato ne esce?
Ne esce la consapevolezza tragica che il monopolio legittimo della forza, attributo dai sistemi democratici agli apparati statuali, non è certo garanzia sufficiente a che quell'esercizio non trascenda, non diventi abuso, non produca illegalità e violenza. È inevitabile. Di conseguenza, il compito dei democratici non è quello di abolire le forze di polizia né quello di assecondarne le pulsioni più regressive. All'opposto, emerge l'enorme responsabilità di porre limiti e vincoli, di contenere e disinnescare la violenza insita nell'attività di repressione, riducendola al minimo. Questo richiede un processo di radicale riforma e autoriforma delle forze di polizia che proceda sul piano culturale, come si è già detto, nell'acquisizione di una coscienza democratica e garantista; e sul piano della preparazione tecnica. Oggi i metodi prevalentemente adottati nel controllo dell'ordine pubblico sono antiquati e, anche per questo, meno agevolmente controllabili e destinati più facilmente a degenerare. È esemplare la reazione che c'è stata a una mia proposta che ritengo estremamente saggia: introdurre nell'attività di formazione le tecniche della non violenza. La cosa ha suscitato sconcerto e ironia. Quasi proponessi una sorta di disarmo della polizia e non, invece, l'apprendimento di metodologie dell'uso della forza che, notoriamente, posso risultare assai più efficaci proprio sul piano del controllo della violenza di piazza.

Pubblicato: Sabato, 21 Ottobre 2017 11:42

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