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Cannabis terapeutica

Semina la cannabis per potersi curare. E si autodenuncia

La “sfida” di una malata grave. Ora il marito rischia il carcere. Ma il ministero decide di istituire una commissione di esperti.

Il Piccolo 20 novembre 2014

POLA. È semiparalizzata. E disperata. Ha deciso di seminare la canapa indiana nell’orto dietro casa a scopo terapeutico. E si è autodenunciata alla polizia. Ma non è bastato. Le piantine sono state sequestrate. E suo marito, reo d’averla aiutata, rischia cinque anni di carcere.

Non è il primo caso. E il governo croato, finalmente, si è mosso. Annunciando, con il ministro della Sanità Sinisa Varga, l’imminente istituzione di una commissione di esperti chiamata a decidere se permettere o meno ai pazienti di procurarsi le medicine a base di cannabis o di coltivare da soli la canapa indiana a scopo puramente terapeutico valutando caso per caso.

L’ultima storia, tristissima, arriva dalla Bassa Istria. Minja Vuksan Dobran, 41 anni di Sissano, è affetta da sclerosi multipla, come scrive lo Jutarnji list. Ha scritto al ministero della Salute, chiedendo il permesso di coltivare la canapa indiana per curarsi, ma ha ricevuto un diniego. A quel punto ha deciso di fare di testa sua e di tentare la cura alternativa che, in molti casi sparsi per il mondo, si è rivelata efficace quando la medicina ufficiale aveva fallito. Minja ha così messo a dimora, nell’orto dietro casa, nove semi di canapa indiana pregando un conoscente di informare la polizia della sua disperata situazione.

Gli agenti si sono presentati quando le piantine avevano raggiunto l’altezza di mezzo metro e le hanno subito sequestrate. Al contempo hanno sporto denuncia penale per produzione di sostanze stupefacenti nei confronti del marito Alessandro Dobran, dato che era lui a prendersi cura della canapa, visto che Minja è semiparalizzata.

La vicenda è passata nelle mani della procura comunale di Pola che ha sollevato il capo d’imputazione contro il marito che ora rischia fino a 5 anni di carcere. Minja, disperata, sostiene di essere la padrona del suo corpo e aggiunge che nessuno può impedirle di curarsi come desidera. «Mio marito - afferma la donna - è disposto ad andare in prigione, pur di dimostrare che non siamo spacciatori e che la canapa indiana mi serve per curarmi». Minja un tempo era cameriera ma ovviamente non è più in grado di lavorare. Alessandro, reduce di guerra, faceva il distributore di bombole di gas prima di essere licenziato in seguito a una lesione della colonna vertebrale. La coppia ha due figli di 16 e 18 anni e con loro vive anche la madre malata di Alessandro. La situazione, quindi, è drammatica. Se la cavano soprattutto con gli aiuti sociali. «Se avessi soldi - continua Minja - mi sarei comperata l’olio di cannabis come fanno tanti malati gravi ma sul mercato nero costa 130 euro la bottiglietta».

La sua vicenda ricorda molto da vicino quella di Huanito Luksetic, 36 anni di Mattuglie, alle spalle di Fiume, finito in carcere e tornato in libertà solo dopo il pagamento della cauzione, perché coltivava piantine di canapa indiana allo scopo di ricavare l’olio di cannabis per curarsi dalla sclerosi multipla. Huanito sta decisamente meglio: ora può camminare da solo.

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