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    • Privazione della libertà

      Il nostro ordinamento prevede come pene principali la reclusione e l’arresto, che consistono nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. Ma tutto ciò che eccede i limiti fissati dalla Costituzione è da considerarsi fuori legge. Sia quando la pena risulti ingiustificata o sproporzionata rispetto all’entità del danno prodotto, sia quando la pena produca un’afflizione non prevista o si trasformi in un trattamento disumano o comunque offensivo della dignità della persona.

      Da qui l’impegno affinché si mettano in atto meccanismi di controllo, capaci di intervenire su tutti i passaggi relativi alla sua applicazione nei confronti dei trasgressori della legge o dei presunti tali. Dall’atto del fermo fino a quello dell’esecuzione della pena. Dalle garanzie della difesa nel processo, a quelle del detenuto in carcere. Questo comporta la critica delle prassi e delle misure penali che appaiono contraddittorie rispetto al dettato costituzionale, alle leggi e ai regolamenti, come l’ergastolo ostativo, il ricorso immotivato all’isolamento o ad altri trattamenti punitivi, l’abuso dei regimi speciali.

      E, su un altro piano, la vigilanza massima sui comportamenti delle forze di polizia nel servizio di ordine pubblico e nell’opera di controllo del territorio, nell’attività di custodia dei fermati così come nell’esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria. Un’attenzione altrettanto sollecita va applicata alle altre forme di privazione o sospensione della libertà quali il trattamento sanitario obbligatorio e la detenzione amministrativa, attuata nei centri di identificazione e di espulsione, dei migranti.

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      • Slegami

        Mi chiamo Grazia Serra e nell’Agosto del 2009 ho scoperto un mondo a me prima totalmente estraneo. Il 3 agosto di quell’anno mi recai nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania per fare visita a mio zio che in quei giorni era ricoverato lì, ma non mi fu concesso e, solo dopo ne ho compreso la vera motivazione.

        Mio zio Francesco Mastrogiovanni, 58 anni, è morto in quel reparto dopo essere stato sottoposto a più di ottanta ore di contenzione. E’stato legato a un letto di quel reparto mentre dormiva ed è stato slegato alcune ore dopo il decesso. Mio zio è morto lentamente, solo, tra l’indifferenza di chi aveva il dovere di curarlo e la sofferenza di altre persone che come lui stavano subendo la stessa tortura. Perché è di questo che si tratta, la contenzione è una tortura.

        Insieme all’associazione A Buon Diritto vogliamo documentare, raccogliere storie e testimonianze, segnalazioni e denunce di altre persone che hanno subito gli stessi trattamenti, di loro parenti o amici. Di chi è venuto a sapere di vicende che hanno a che vedere con il Trattamento sanitario obbligatorio, con gli Ospedali psichiatrici giudiziari, con i reparti psichiatrici e le cliniche per le malattie mentali. Pensiamo che far conoscere quanto troppo spesso rimane in ombra, denunciare abusi e illegalità, raccontare sofferenze ingiustamente inflitte sia il primo passo per impedire che tutto ciò si perpetui e si riproduca.

         

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      • Le Storie

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      • Studi e Ricerche

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      • Tortura

        Nel 1984 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la “Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti” che è entrata in vigore nel giugno del 1987. L’Italia l’ha ratificata nel febbraio del 1989 ma non ha ancora rispettato uno degli obblighi imposti dalla Convenzione stessa, ovvero quello di dotarsi di una legge interna che preveda e sanzioni qualsiasi atto di tortura. Nel corso degli anni in Italia si sono confrontate (e scontrate) fondamentalmente due posizioni: quella di chi propone il reato di tortura come reato proprio, imputabile cioè solo a coloro i quali esercitano l’uso legittimo della forza (quindi i funzionari pubblici come le forze dell’ordine); e quella di chi propone il reato comune, imputabile cioè a qualsiasi cittadino. Per quanto riguarda la definizione presente nella Convenzione ONU, si parla esplicitamente di «funzionario pubblico o qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale».

        Il 3 aprile 2013 il Parlamento italiano ha ratificato il Protocollo opzionale alla convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (OPCAT). Il Protocollo istituisce il Sottocomitato sulla prevenzione della tortura e obbliga gli Stati che vi hanno aderito ad adoperare un sistema di ispezione e monitoraggio dei luoghi di detenzione: il Meccanismo nazionale di prevenzione. Quest’ultimo è volto a prevenire la tortura e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. Con l’entrata in vigore nel 2013 del cosiddetto decreto Cancellieri è stato istituito in Italia il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. È l’OPCAT che stabilisce quali criteri debbano avere i Meccanismi nazionali di prevenzione per definirsi tali; nel caso italiano e del Garante, desta qualche perplessità la totale assenza di copertura finanziaria dello stesso. Senza le risorse necessarie al suo funzionamento, infatti, è probabile che l’attività del Garante sia depotenziata.

        Il 5 marzo 2014 il Senato della Repubblica ha approvato un disegno di legge in materia e il disegno di legge è ora in esame alla Camera dei Deputati. Con il testo proposto dalla Commissione Giustizia si introducono nel codice penale l‘articolo 613-bis, che disciplina il delitto di tortura e il 613-ter, che incrimina la condotta del pubblico ufficiale che istiga altri a commettere il fatto. Il disegno di legge approvato prevede che la tortura sia qualificata come reato comune anziché come reato specifico. Riteniamo che, nonostante le molte imperfezioni presenti nel testo, sia fondamentale arrivare a fine legislatura con il reato di tortura finalmente inserito nel nostro ordinamento.

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      • I regimi speciali

        In Italia, l’ordinamento penitenziario è regolato dalla legge 26 luglio 1975 n. 354,” Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà“ e successive modifiche.

        In Italia i detenuti sottoposti a regimi speciali sono quasi 10.000, tra 41 bis, alta sorveglianza e sorveglianza particolare.

         

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      • Cie

        I Cie, ovvero i centri di identificazione ed espulsione, sono i luoghi in cui vengono trattenuti i migranti privi di validi documenti di soggiorno, in attesa di essere identificati ed espulsi verso i loro paesi di provenienza. Le donne e gli uomini che vivono in questa situazione sono in bassissima percentuale stranieri irregolari. Sono perlopiù padri e madri di figli nati in Italia, e talvolta loro stessi hanno la nazionalità italiana; sono richiedenti asilo da poco sbarcati sulle coste italiane; persone emigrate qui decenni fa che della loro patria a stento ricordano i tratti; residenti che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno perché sprovvisti dei requisiti necessari, tra cui un contratto valido di lavoro; ex detenuti non identificati durante la detenzione che, una volta espiata la pena, respirano per un'ora l'aria della Questura per essere subito dopo trasferiti nel Cie. Un “carcere che non è un carcere, un orribile non luogo, immerso nel non tempo: una sorta di oscena e feroce matrioska, dove una gabbia contiene un'altra gabbia al cui interno si trova una successione di gabbie, cancelli, serrature, sbarre, lamiere, barriere", è la definizione che dei Cie ha dato Luigi Manconi, Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, dopo averne visitati numerosi. In Italia i centri attualmente attivi sono cinque: Bari, Roma, Gradisca d'Isonzo, Trapani e Torino, a fronte dei tredici iniziali. Quegli otto sono stati chiusi a causa delle pessime condizioni in cui si trovavano. Altri dovrebbero seguire la stessa sorte, e forse non dovevano mai essere realizzati per via degli originari problemi strutturali, che li rendevano invivibili già al momento dell'inaugurazione. La Commissione Diritti umani infatti, dopo aver visitato nei mesi scorsi tutti e cinque i centri, ha espresso un giudizio estremamente severo: sono numerose le carenze per quanto riguarda le funzioni che essi dovrebbero svolgere, numerose le insufficienze strutturali; le stesse modalità di esecuzione del trattenimento sono gravemente al di sotto degli standard di tutela della dignità e dei diritti delle persone trattenute.

         

        Cie - Dati aggiornati al 24 luglio 2014

         

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      • I bambini in carcere

        Oltre centomila minori con almeno un genitore detenuto entrano nelle carceri italiane ogni giorno.

        Nel marzo 2014, grazie anche alla recente istituzione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, è stata firmata la Carta dei figli dei genitori detenuti.

         

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      • Morire di carcere

         

        "Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri"
        Voltaire

         

        Sono stati circa 2.350 i decessi in carcere in Italia in poco più di un decennio. Le cause più comuni sono: morte naturale, arresto cardio-circolatorio, suicidio. Poi ci sono i casi di violenze, di malasanità, di abbandono terapeutico, le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali, le impiccagioni a pochi giorni dalla scarcerazione o dopo un diverbio con il personale carcerario.

         

        I suicidi accertati nel solo anno 2014 sono stati 43.

         

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      • Altre voci

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    • Immigrazione

      A metà degli anni ‘90 gli immigrati regolari in Italia erano poco più di 500mila, circa un decennio fa raggiungevano quasi il milione e mezzo. Da allora il ritmo di crescita è stato più rapido, cosicché oggi i regolari sono intorno a 4 milioni più, presumibilmente, un milione di irregolari. La società italiana è consapevole e attrezzata rispetto ai processi di cambiamento che si sono messi in moto (e che continueranno, e hanno una dimensione “globale”) nella fase delle migrazioni internazionali?

      Il nostro ritardo nell’affrontare i problemi ha avuto conseguenze assai gravi: 1) il rischio che l’immigrazione si riducesse, nella percezione diffusa, a “questione criminale”; 2) l’introduzione nel nostro ordinamento di norme illiberali, capaci di far arretrare il sistema di diritti e di garanzie; 3) la cancellazione, o comunque la sottovalutazione, della presenza straniera come risorsa positiva e fattore di sviluppo. In proposito, valgano due esempi: la qualificazione dell’immigrazione irregolare come reato e l’aggravante “per clandestinità” (quest’ultima definita, poi, incostituzionale), con la quale non si andava a colpire un comportamento criminale bensì la mera condizione di migrante e di profugo non riconosciuti.

      Ma non solo. Si pensi al numero delle persone stranieri nate e cresciute in Italia che ancora oggi non si vedono riconosciuta con facilità la cittadinanza italiana.
      Evidenziare queste criticità e proporre delle soluzioni legislative in grado di superarle, è utile non solo per chi le vive in prima persona, ma per l'intera società.

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      • Sistema di accoglienza

        Nel sistema di accoglienza italiano ci sono diversi tipi di centri, a seconda che si tratti della fase iniziale dell’accoglienza o di quella successiva. Eccoli elencati in ordine di cronologico rispetto all'arrivo di un profugo in Italia: CPSA (Centri di primo soccorso e Accoglienza), CDA (Centri di accoglienza), CARA (Centri di accoglienza per Richiedenti Asilo) e SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati).

        I Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (CPSA) sono strutture istituite con Decreto interministeriale del 16 febbraio 2006 e sono dedicate all’accoglienza temporanea, mediamente 48 ore, dei richiedenti asilo.

        I Centri di Accoglienza (CDA), istituiti con la Legge n. 563/95 ("Legge Puglia"), garantiscono una forma di prima assistenza dei richiedenti asilo, in attesa della definizione della loro condizione giuridica sul territorio italiano.

        I CARA  sono stati istituiti con il D.Lgs. n. 25/08 con la finalità di accogliere i richiedenti protezione internazionale nei casi previsti dall’art. 20: ovvero quando è necessario verificare o determinare la nazionalità o l’identità del richiedente asilo; oppure nel caso in cui la persona ha presentato domanda di protezione dopo essere stata fermata per aver eluso o tentato di eludere il controllo di frontiera o subito dopo. La terza situazione per cui è prevista l’accoglienza al CARA riguarda un richiedente asilo che ha presentato la domanda dopo essere stato fermato in condizioni di soggiorno irregolare. I tre casi rimandano a differenti tempi di accoglienza, che dovrebbero andare da un minimo di 20 giorni (prima situazione) a un massimo di 35 per chi si trova nelle altre due circostanze. Allo scadere dei termini predetti il richiedente ha diritto al rilascio di un permesso di soggiorno di durata trimestrale, rinnovabile sino alla decisione della domanda.

        Lo SPRAR è il sistema di protezione e accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati diffuso su tutto il territorio nazionale, e previsto con Legge n. 189/2002. È costituito dalla rete degli enti locali che  accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo. L’accoglienza messa a disposizione è di tipo integrato, nel senso che non si limita a garantire il vitto e l’alloggio ma, nei progetti diffusi su tutto il territorio nazionale, sono previste misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. La capacità ricettiva dello SPRAR nel triennio 2014-2016 a 16.000 posti, come previsto dal decreto 17 settembre 2013 del ministero dell’Interno, Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, in attuazione del decreto del ministro dell’Interno del 30 luglio 2013.

         

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      • Servizio legale

        L’attività di informazione e orientamento offerta da “Soccorso legale” prevede il ricevimento dell’utente allo sportello legale istituito presso la Città dell’Altra Economia nel quartiere di Testaccio (I Municipio).

        Nella sede predisposta – che attualmente e quella di Testaccio - si trova uno degli avvocati disponibili e la collaboratrice dell’associazione che svolge il ruolo di coordinatore. La consulenza prestata dagli avvocati è completamente gratuita e la persona ricevuta, nel caso avesse bisogno di intraprendere un procedimento legale, può scegliere a quale degli avvocati dell’intera struttura rivolgersi.

        La consulenza svolta nello sportello ha portato le persone a ottenere informazioni specifiche sullo status di rifugiato e su quello di richiedente asilo: modalità del rinnovo del permesso di soggiorno, possibilità di accesso al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo, verifiche presso la Questura riguardo la situazione del permesso di soggiorno (rilascio e rinnovo), servizi presenti sul territorio.

        Dal mese di febbraio del 2012 siamo presenti alla “tensostruttura degli afghani”. Si tratta di un centro di accoglienza di 150 posti nel quartiere Tor Marancia a Roma che ospita persone provenienti dall’Afghanistan, trasferite dal piazzale della Stazione Ostiense in cui alloggiavano in maniera precaria da anni. Il progetto è stato voluto dal presidente di quel municipio, Andrea Catarci, dal Comune di Roma e da alcune delle associazioni che negli anni si sono occupate di quella situazione. Nella tensostruttura, nota come “il tendone degli afghani”, vengono ospitate anche persone senza documenti. Tra queste si distinguono due categorie: “i transitanti” e “i dublinati”. La prima comprende chi si definisce in transito, ovvero non vuole rimanere in Italia, paese che attraversa per arrivare nel Nord Europa. Fa una tappa al “Tendone” e riparte affidandosi ai trafficanti. La seconda, invece, include sia chi è rimandato in Italia perché è questo lo Stato competente all’esame della propria domanda di protezione; sia chi deve essere trasferito dall’Italia a un altro Stato europeo dove è già avvenuta l’identificazione e che l’Unità Dublino ha riconosciuto come competente rispetto la richiesta di asilo presentata. Nel Tendone trova accoglienza chi è incluso in questo secondo tipo. L’iter è solitamente sempre lo stesso: domanda presentata in uno stato europeo, rifiuto di quello stato di concedere una protezione, non accoglimento del ricorso avverso il parere negativo, espulsione. Per evitare il rimpatrio, la persona fugge. Arriva in Italia e presenta una nuova domanda di asilo, ottenendo un posto nel circuito dell’accoglienza che manterrà fino a quando la Questura non si accorgerà del percorso compiuto e segnalerà la sua presenza all’Unità Dublino. Affinché sia l’Italia competente della procedura, devono trascorrere almeno dodici mesi dall’ingresso irregolare della persona sul territorio italiano. I “dublinati”, non potendo essere ospitati in un centro di accoglienza, cercano altre vie per evitare la vita di strada. Il “tendone” è, appunto, una di queste.

        Dal mese di aprile 2013 A Buon Diritto è autorizzata a entrare al Cie (Centro di Identificazione e di Espulsione) di Ponte Galeria in cui svolge attività di mediazione e assistenza alle persone trattenute. Le situazioni delle persone qui incontrate vengono segnalate agli uffici di Questura competenti per porre all'attenzione alcune criticità di cui altrimenti non sarebbero interessati. Nello specifico abbiamo fatto emergere il fatto che gli avvocati scelti dalle persone trattenute sono sempre gli stessi e ciò fa pensare che non si tratti in realtà di una scelta. Il risultato è che gli avvocati in  questo modo sono oberati di lavoro e non riescono a seguire in maniera corretta i loro assistiti, ignorando anche i casi in cui si poteva evitare il trattenimento. Ciò si è verificato in numerose situazioni arrecando danni morali e psicologici alle persone coinvolte. I nostri interventi sono sempre successivi al trattenimento e ciò rende più difficile e lenta la loro riuscita.

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      • Cittadinanza

         

        Il dibattito sulla cittadinanza si sviluppa essenzialmente attorno a due formule: jus sanguinis e jus soli. Il primo, che significa letteralmente “diritto di sangue”, è ciò su cui si basa l’attuale legge italiana in materia, la numero 91 del 1992. Ciò significa che la cittadinanza si acquisisce o dalla nascita grazie a uno dei genitori che sia italiano oppure, in un secondo momento, per naturalizzazione, dopo dieci anni di residenza regolare o dopo tre anni dal matrimonio con un italiano. Non è quasi contemplato, invece, l’altra categoria, lo jus soli, ovvero quello derivante dalla presenza sul territorio.

        Infatti chi nasce in Italia da persone straniere non ottiene automaticamente la cittadinanza ma deve attendere fino ai 18 anni di età, momento in cui potrà avanzare questa richiesta. Per farlo avrà solo un anno di tempo a disposizione: tra i 18 e i 19 anni. Si tratta quindi di uno jus soli limitato e circoscritto ai pochi che riescono a ottenere tale informazione, attivare la procedura e giungere al riconoscimento. Di conseguenza negli ultimi anni sono stati numerosi gli appelli ai sindaci affinché contribuissero, per quanto compete loro, a rendere più accessibile il diritto alla cittadinanza, informando tutti i giovani stranieri che al compimento del diciottesimo anno di età, possono presentare la loro richiesta. Un piccolissimo atto che pure potrebbe risultare prezioso. Anche se questo sistema, nonostante abbia riscosso il consenso di molti sindaci e sia stato messo in atto in diverse città, potrebbe rivelarsi solo un palliativo se non si arriverà a una riforma della normativa in grado di garantire la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia. Tale riforma trova molti ostacoli di carattere politico e culturale perché la cittadinanza è strettamente connessa al diritto di voto, attualmente anch’esso negato agli stranieri e, quando permesso, limitato a certe condizioni: l’appartenenza alla Comunità europea e l’iscrizione a liste speciali.

        Quello che sfugge a chi il fenomeno lo analizza sia con strumenti scientifici che con il semplice senso comune, è come si possa escludere dalla partecipazione una fetta così importante di residenti. Nel ‘92 il testo di quella legge era considerato inclusivo, nel senso che rispondeva a un bisogno, allora sentito, di concedere la doppia cittadinanza a quanti erano emigrati in Sud America negli anni passati e che intendevano tornare in Italia dove, nel frattempo, la situazione economica era migliorata. In quel periodo le persone straniere residenti nel nostro Paese erano appena un milione, e si trattava per lo più di uomini adulti arrivati soli e in qualità di lavoratori. Quindi il difetto di quella legge di vent’anni fa è stato quello di non essere lungimirante, e di non saper rispondere in maniera adeguata, al profondo mutamento, già allora avvertibile, nella composizione demografica e sociale della popolazione. Oggi l’effetto di tutto ciò è il rischio di escludere moltissime persone dalla possibilità di diventare soggetti titolari di diritti, e capaci di rispettare i propri doveri. Non si tratta di una questione filantropica, ma di democrazia.

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      • Giornalisti rifugiati

        Il 3 maggio è stata la giornata mondiale della libertà di stampa. Una giornata, voluta dall’Unesco, che dal 1997 conferisce il premio mondiale per la libertà di stampa Guillermo Cano a persone, organizzazioni o istituzioni che hanno dato un contributo evidente alla difesa e alla promozione della libertà di espressione ovunque nel mondo, specialmente dove essa è minacciata. Il nome del premio non è casuale. È quello di un giornalista colombiano assassinato nel 1986 all’ingresso della sede del giornale per cui lavorava, El Espectador.

        Sono molti giornalisti costretti a fuggire dal loro paese e chiedere asilo. Di loro non si conosce il numero perché spesso, una volta arrivati nel nuovo stato, preferiscono mantenere l’anonimato, spiega l’associazione A buon diritto. Questo significa che la decisione di chiedere o meno il riconoscimento della professione in Italia, diventa una scelta da ponderare molto dettagliatamente: sia perché si tratterebbe di uscire allo scoperto e, dunque, rischiare sia perché la procedura burocratica è molto lunga. Ma qualcuno di temerario c’è. All’inizio di maggio Jean Claude Mbede, giornalista camerunense rifugiato in Italia dal 2008, si è iscritto all’Ordine nazionale dei giornalisti professionisti. È la prima volta in Italia e si spera che non rimanga l’unico.

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      • Italia - Razzismo

        Era il 1986 quando alcuni di noi cominciarono a interessarsi di immigrazione straniera nel nostro paese.
        La questione era allora ed è oggi la seguente: la società italiana è consapevole e attrezzata rispetto ai processi di cambiamento che si sono messi in moto (e che continueranno, e hanno una dimensione “globale”) nella fase delle migrazioni internazionali? A metà degli anni ‘80 gli immigrati regolari in Italia erano circa 500mila, alla fine del ’93 sfioravano il milione. Circa un decennio fa raggiungevano quasi il milione e mezzo. Da allora il ritmo di crescita è stato più rapido, cosicché oggi i regolari sono intorno a 4 milioni più, presumibilmente, un milione di irregolari.

        Il nostro ritardo nell’affrontare i problemi ha conseguenze assai gravi: 1) il rischio che l’immigrazione si riduca, nella percezione diffusa, a “questione criminale”; 2) la cancellazione, o comunque la sottovalutazione, della presenza straniera come risorsa positiva e fattore di sviluppo; 3) l’introduzione nel nostro ordinamento di norme illiberali, capaci di far arretrare il sistema di diritti e di garanzie. In proposito, valgano due esempi: la qualificazione dell’immigrazione irregolare come reato e l’aggravante “per clandestinità”, con la quale non si va a colpire un comportamento criminale bensì la mera condizione di migrante e di profugo non riconosciuti.

        Opporsi a tutto ciò richiede che si lavori in una prospettiva di medio e lungo periodo. Ciascuno di noi può fare qualcosa e, da qui, nasce il progetto di questo sito e della rubrica omonima che, dal 19 maggio, viene ospitata dal quotidiano l’Unità due volte la settimana. Un Osservatorio, “Italia-razzismo”, sui fatti dell’immigrazione e sui complessi effetti che ne derivano per la società italiana: nei diversi settori del mercato del lavoro, nei diversi contesti territoriali, nelle diverse culture e nei diversi gruppi sociali. Dati, informazioni, statistiche e vita reale. Parleremo di quelle 240.594 imprese individuali promosse da stranieri, ma anche di quei 1.500 nuovi cittadini italiani, nati in altri paesi, che costituiscono una percentuale non insignificante dell’esercito italiano. E parleremo della vita quotidiana, di “loro” e di “noi”: rapporti, interazioni, anche amicizie (oltre che stereotipi, discriminazioni, conflitti).
        Attendiamo osservazioni, suggerimenti, consigli. E notizie.

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      • Altre voci

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    • Antiproibizionismo

      La concezione antiproibizionista si basa su due concetti fondamentali. Il primo rimanda all’idea di autodeterminazione dell’individuo e alla sua capacità di scegliere ciò che è bene e ciò che è male per sé e per il proprio corpo, quando quella scelta non cagioni danni a terzi. Il secondo concetto nasce dalla considerazione sperimentale che comportamenti e consumi suscettibili di procurare danni possano essere meglio controllati e contrastati in un regime legale piuttosto che in uno di messa al bando. Questi due principi si rafforzano a vicenda e possono argomentare efficacemente politiche pubbliche di legalizzazione di attività quali il consumo di sostanze stupefacenti, la prostituzione e il gioco d’azzardo.

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    • Libertà terapeutica

      Nell’epoca del massimo sviluppo delle scienze mediche e delle biotecnologie, l’autodeterminazione del paziente rischia di risultare ancor più compromessa. Mentre si affermano le più diverse forme di libertà, quella di cura appare insidiata dalla potenza delle macchine, dalla standardizzazione delle procedure e da un sapere medico che sembra farsi sempre più sofisticato e, allo stesso tempo, più separato. Questo rende necessario procedere in tre direzioni.

      La prima è quella del rafforzamento dell’alleanza terapeutica tra medico e paziente, che consenta uno scambio reale e la commisurazione delle terapie ai bisogni del malato, ivi comprese le cure palliative e l’uso terapeutico di sostanze stupefacenti come la cannabis. Un’alleanza terapeutica che includa i familiari, tra conoscenze scientifiche e conoscenze biografiche e tra competenza professionale e vita di relazione. La seconda prospettiva è quella del riconoscimento giuridico della volontà del paziente relativamente a scelte sulle quali potrebbe non avere piena disponibilità in futuro. Il valore cogente delle direttive anticipate andrebbe integrato e bilanciato da clausole che prevedano sia il loro aggiornamento periodico alla luce dei progressi della scienza medica, sia l’intervento di uno o più fiduciari che commisurino le decisioni precedentemente assunte dall’interessato alle nuove condizioni createsi. Infine, si deve intervenire per contrastare due tendenze sempre più avvertibili: quella alla medicalizzazione di fasi cruciali dell’esistenza quali la nascita e la morte. E la tendenza, intrecciata alla prima, a una nuova forma di “solitudine del morente”.

      È da questa complessiva impostazione che può discendere un discorso equilibrato sul suicidio assistito e sull’eutanasia. Una scelta, quest’ultima, da riconoscere in condizioni estreme e con vincoli tassativamente definiti.

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      • Testamento biologico

        “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.”
        ( dalla Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 32)
        Da molti anni, ormai, A Buon Diritto si batte perché il diritto all’autodeterminazione in merito ai trattamenti sanitari, così come è enunciato dalla nostra Carta Costituzionale, venga rispettato.
        In Italia non esiste una legge specifica a regolamentare le questioni di libertà terapeutica e fine vita, o che preveda la possibilità per il cittadino di redigere un testamento biologico in cui indicare i trattamenti sanitari ai quali accetta o meno di essere sottoposto, in caso questi si rivelino necessari e vengano meno le facoltà di intendere e di volere.
        In assenza di un quadro normativo unitario, dunque, sotto il profilo giuridico la materia è incerta e non sempre coerente.
        Si considera, così, che l’eutanasia attiva volontaria, ovvero quella prodotta su consapevole richiesta del malato terminale, costituisca reato e sia punibile ai sensi dell’articolo 579, “Omicidio del consenziente”, o dell’articolo 580, “ Istigazione o aiuto al suicidio”, del Codice Penale. Qualora invece il malato terminale si trovi in stato vegetativo persistente o permanente, ovvero totalmente irreversibile, l’eutanasia è ritenuta inammissibile in assenza di precedenti disposizioni del malato, mentre può essere accettata nel caso in cui tali volontà siano state espresse. Altra situazione è quello dell’eutanasia passiva, ovvero la sospensione delle cure necessarie a far rimanere in vita il malato terminale: in questo caso, ci si può riferire al principio espresso dall’articolo 32 della Costituzione.

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      • Cure palliative

        La fase terminale di una malattia comporta per il malato una sofferenza che non può essere ridotta al solo piano fisico, ma che investe anche la sfera spirituale, psichica, economica, sociale.

        Le cure palliative sono dunque quell’insieme di interventi che mirano a dare sollievo e a prevenire il più possibile le sofferenze globali del paziente, in un approccio olistico in cui, oltre alla terapia del dolore, si presta attenzione alla qualità e alla dignità della vita del malato terminale e delle persone a lui vicine.

        In effetti, anche il Codice di Deontologia medica prevede che, di fronte al dolore del malato terminale, il medico fornisca assistenza morale e terapeutica per alleviarne il più possibile le sofferenze, fin quando sia utile in virtù dello stato di coscienza del paziente.

        Se i malati di cancro sono i principali destinatari delle cure palliative, esse si rendono necessarie anche per gli affetti da molte altre patologie, come le malattie degenerative croniche o neurologiche, le malattie respiratorie croniche, le demenze senili e presenili, le malattie epatiche e renali in fase avanzata e alcune malattie infettive, ad esempio l’Aids.

        Negli ultimi quindici anni sono stati presi vari provvedimenti legislativi per favorire l’accesso alle cure palliative e costituire una rete di assistenza ai malati terminali. L’obiettivo era quello di riuscire a integrare assistenza ambulatoriale e domiciliare con la possibilità di ricovero in ospedale e nei centri propriamente dedicati alle cure palliative.

        La realizzazione di tali centri, gli hospice, su disposizione della legge 39 del 26 febbraio 1999, è stata affidata delle Regioni: sul territorio nazionale, così, si è venuta a creare una situazione piuttosto disomogenea a seconda degli interventi promossi a livello regionale.

        Nel 2008 è stato poi stipulato un accordo con le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, in merito alla particolare assistenza da dedicare ai minori per cui siano necessarie cure palliative.

        Più recentemente, è la legge 38 del 2010 a enunciare chiaramente il diritto del cittadino ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore, grazie all’istituzione di due reti di cura integrate. La legge stabilisce inoltre che vengano finanziate le necessarie campagne informative, indica le funzioni e i programmi di formazione dei professionisti coinvolti e incarica del monitoraggio delle reti una struttura ministeriale appositamente creata.

        Tuttavia, malgrado gli interventi legislativi, i dati raccolti dal Rapporto Meno dolore. Aspetti critici, difficoltà e buone pratiche nella erogazione dei servizi di cure palliative in Italia (qui va inserito il link alla ricerca) mostrano come siano in effetti ancora molti i passi da compiere perché tutti i pazienti terminali abbiano reale accesso alle cure palliative e, qualora l’abbiano, sia questo corrispondente alla complessità dei loro bisogni.

        A Buon Diritto sostiene il diritto reale dei malati terminali ad accedere alle cure palliative, un diritto che non può essere pienamente garantito dalla sola realizzazione delle strutture adeguate e dall’efficace integrazione delle reti di assistenza, ma che passa anche attraverso la diffusione di una vera e propria cultura delle cure palliative.

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      • Cannabis terapeutica

        Fin dal 2007 in Italia è consentito l’uso di farmaci cannabinoidi per i pazienti che soffrono di determinate patologie, a anche allo scopo di ridurre il dolore. Tuttavia nel 2013 solo poche decine di pazienti hanno potuto farvi ricorso a causa della lenta procedura necessaria: dal medico curante alla farmacia ospedaliera, passando per il Ministero della Salute, di nuovo alla farmacia ospedaliera e infine, dopo l’importazione, il farmaco arriva al paziente. L’importazione dall’estero ha tempi molto lunghi e costi elevati. Per questo ancora oggi nessuna casa farmaceutica italiana ha chiesto la licenza per tale tipo di produzione. Numerose in questi anni sono state le iniziative dell'associazione Luca Coscioni, dell'associazione A buon diritto e dei Radicali per cercare di compiere passi avanti nel senso di una più facile reperibilità di queste cure.

        Dal senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato nella XVII legislatura, è stata portata avanti la proposta di produrre sostanze a base di cannabis all’interno dello stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. Questo stabilimento è un’azienda pubblica che dipende dal Ministero della Difesa: il controllo quindi sarebbe massimo e diretto. La proposta era stata fatta già nel gennaio 2014 e poi ribadita dalle associazioni Luca Coscioni e A buon diritto in occasione di un convegno al Senato dal titolo "La cannabis fa bene, la cannabis fa male". In quella stessa occasione il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, aveva confermato la capacità tecnica dello stabilimento.

        Il 18 settembre 2014 il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e il ministro della Difesa Roberta Pinotti hanno firmato un protocollo di collaborazione per la produzione di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis nello stabilimento di Firenze. Entro il 31 ottobre verrà costituito un gruppo di lavoro per definire in un protocollo operativo la programmazione delle operazioni da compiere per la realizzazione del progetto.

        In questo modo sarà possibile disporre anche in Italia di medicinali cannabinoidi capaci di alleviare le sofferenze di migliaia di malati. Il tutto in tempi ragionevoli, a costi contenuti e con la medesima procedura utilizzata per gli altri farmaci.

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      • Altre voci

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    • Notizie

      Notizie

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      In questa pagina trovate le ultime campagne sostenute da A Buon Diritto.

      Caso Regeni: l'ambasciatore italiano non deve tornare in Egitto

      Libertà per Ahmed Abdallah, rappresentante legale al Cairo dei familiari di Giulio Regeni

      Tortura Inserire il delitto di tortura nel codice penale.

      Garante nazionale delle persone private della libertà
      Firma la petizione diretta Al Presidente della Repubblica

      Apolidi Proteggere gli apolidi in Europa

      Eutanasia legale

      Per Valentino Zeichen, poeta è stato ottenuto il riconoscimento del fondo previsto dalla legge Bacchelli

      Nel nome di Giulio Regeni: dichiariamo l'Egitto Paese non sicuro Diretta a Alto Rappresentante dell'UE per gli Affari Esteri Federica Mogherini

      Contro la chiusura dello storico centro antiviolenza "Donatella Colasanti e Rosaria Lopez" di Roma

      Solidarietà ad Ospiti in Arrivo: arrestateci tutti!

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    • Rapporto sullo stato dei diritti in Italia

      articolo 3 logoL’Articolo 3:Primo Rapporto sullo stato dei diritti in Italia

      Attenzione: on line l'aggiornamento a giugno 2015 del Rapporto sullo stato dei diritti in Italia completo!
      Leggilo

      Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

      È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

      Scarica il rapporto completo in italiano (comprende considerazioni e raccomandazioni per ogni singolo capitolo)
      oppure naviga per capitolo attraverso la nostra applicazione.

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    • Sportelli

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      Consulenza legale gratuita per richiedenti asilo e rifugiati

      - assistenza per la richiesta di protezione internazionale

      - assistenza per la richiesta di permessi di soggiorno

      - tutela giudiziaria, civile, penale, amministrativa

      Avvocati in sede

       Lunedì e venerdì dalle 14 alle 17 Città dell’Altra Economia, Largo Dino Frisullo 1, Roma, fermata della metro B Piramide.

      Informativa Legale

      Mercoledì dalle 17, con cadenza bisettimanale, a Piazzale Spadolini (Stazione Tiburtina), insieme alla Rete di supporto legale ai migranti del Baobab.

       

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      +39 3385854387

       

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  • Scrittori Invisibili

    a cura di Luciana Scarcia e Tristan Schmidt
    Da troppo tempo dichiarato “un’emergenza nazionale” e definito “una vergogna della democrazia”, il carcere rivela in modo sempre più evidente la funzione di “discarica sociale”, di fronte a cui le istituzioni nazionali scontano un colpevole senso di impotenza (messo a nudo anche dalla recente condanna dell’Italia da parte della Corte Europea per i Diritti Umani). Il mero rispetto della legalità, anziché essere il presupposto necessario dell’attività istituzionale, è diventato un obiettivo irraggiungibile, e il principio costituzionale della rieducazione un guscio vuoto.
    Si tratta dell’istituzione di uno Stato democratico, le persone che vivono ammassate lì dentro in condizioni disumane vi sono finite in virtù di leggi scritte per punire violazioni di altre leggi. E allora qualcosa non quadra se è possibile che nel luogo deputato al ripristino della legalità e alla punizione dei reati vengano violati i principi fondamentali della democrazia. E’ la società intera con la sua cultura che deve interrogarsi.
    Al mondo della politica in primis spetta il compito di porre fine a questo scempio della democrazia. Ma è indispensabile anche un diverso approccio con cui guardare al carcere, un approccio culturale consapevole che la posta in gioco è la tutela dei diritti e doveri sanciti dalla Costituzione.

    Scrittori Invisibili vuole essere uno spazio in cui raccontare il carcere non come recinto del male ma come specchio della società. Vuole dare un contributo a una riflessione su stili di vita e comportamenti dentro e fuori del carcere. Vuole avviare un dialogo tra chi vive nel degrado del carcere e chi sta fuori.
    Il progetto è realizzato dall'associazione "A Roma insieme - Leda Colombini".
    LS

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Citrino visual&design Studio  fecit in a.d. MMXIV