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Italia - Razzismo

Ponte Mammolo, dopo il Papa arrivano le ruspe

maniIl Manifesto, 12-05-2015

Valentina Brinis

A poche settimane dalla visita del Papa, gli abitanti dell’occupazione di Ponte Mammolo, a Roma, ieri ne hanno ricevuto un’altra, altrettanto importante ma un po’ meno gradita: quella delle ruspe pronte ad abbattere le loro abitazioni. Si trattava di alloggi abusivi, in cui vivevano principalmente richiedenti asilo e rifugiati eritrei, ma anche migranti di diverse nazionalità (Ucraina, Bangladesh, Russia, Romania) che con gli anni - addirittura quindici – avevano trasformato quegli spazi in vere e proprie case, rese graziose da fiori e tendine colorate, e impreziosite con gli oggetti più cari posseduti. In alcuni casi lì dentro c’erano i mobili ed effetti personali accumulati in un’intera vita e trovare un altro spazio in cui collocarli è un’operazione che richiede tempo. Ed è proprio questo l’elemento che è mancato ai duecento inquilini di Ponte Mammolo: il tempo.

Da anni si parla, in diverse sedi istituzionali, della necessità di trovare una soluzione abitativa dignitosa e di sgomberare l'insediamento. La scorsa settimana alcuni abitanti sono stati invitati a registrarsi presso una vicina parrocchia, in vista di un prossimo sgombero, che sarebbe avvenuto "in modo graduale e in presenza di soluzioni abitative concordate", racconta una donna latinoamericana. Nessuno si aspettava di trovare le ruspe ieri, senza alcun preavviso. Il motivo dell’allontanamento è legato alla precarietà di quelle soluzioni che, nonostante fossero molto curate, rimanevano sempre degli alloggi di fortuna. Una denuncia in tal senso era stata presentata più volte dalle associazioni che a vario titolo seguivano i residenti di quell’area, tanto da aver costruito un lavoro di concertazione con la Regione e il Comune proprio per avviare un percorso di uscita dalle occupazioni e di inserimento in altre strutture cittadine. Era un percorso che stavano portando avanti tenendo conto delle diversità che contraddistinguono gli abitanti, il tempo di permanenza lì dentro e le loro possibili prospettive. Certo è che la velocità con cui l’intervento delle forze dell’ordine si è svolto ha reso vano ogni tentativo di mediazione. E la maggior parte delle testimonianze raccolte ieri esprimevano un solo fatto: si sapeva dello sgombero (anche se non tutti conoscevano quando sarebbe avvenuto), ma non della demolizione. Ecco perché alcuni abitanti erano andati al lavoro credendo che si sarebbe trattato di un’operazione più simile a un trasloco che a un’invasione di campo con i bulldozer. La sorpresa è arrivata al loro rientro: ad attenderli uno scenario da post terremoto, di quelli di magnitudo fortissime, in cui si perde tutto. Anche i documenti, che di questi tempi per chi vive a Roma e si trova sprovvisto della residenza, non è semplice rinnovare. La risposta incoraggiante di uno dei vigili urbani presenti, in quel caso, è stata di denunciarne lo smarrimento.

L’assessore alle politiche sociali del Comune, insieme al presidente del municipio IV, motivano la scelta di intervenire sostenendo che le condizioni di vita in quello spazio erano diventate “insopportabili per una città dove nessuno dovrebbe vedersi privato della dignità personale”. E questo trova concordi un po’ tutti quelli che conoscono quella situazione. Così come non viene messo in dubbio che ci fosse un piano di inserimento nelle strutture di accoglienza del Comune. Ma durante l’azione di ieri mattina nessuno tra gli sfollati sapeva dove andare. E allora è il caso di chiedersi se tra la teoria e la messa in atto di quello sgombero qualcosa non sia sfuggito di mano.

fonte immagine: chiesacormons.it

Pubblicato: Martedì, 12 Maggio 2015 11:46

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