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Privazione della libertà

La “sfortunata” storia del signor Nocco e del suo “incontro” con due funzionari di Pubblica Sicurezza e di ciò che ne è conseguito con la Giustizia Italiana.

1219393-polizia26 luglio 2016

A Buon Diritto

Tutto è cominciato a Monopoli il 01 ottobre 2007, una mattina in cui il signor Nocco si accingeva a parcheggiare la sua autovettura e dietro di lui qualcuno suonava insistentemente il clacson. Per rispondere alla pressante sollecitazione sonora il signor Nocco, con un gesto della mano, invitava il conducente in attesa ad avere un po’ di pazienza. Per tutta risposta, invece, il guidatore frettoloso si gli si affiancava e, insieme all’altro passeggero, inveiva contro di lui.Dopo ulteriori provocazioni nei confronti di Nocco, le due persone si qualificavano come agenti di polizia e da lì in poi iniziava un lungo e piuttosto spiacevole “calvario” per il malcapitato, non ancora del tutto terminato. 

Nonostante con modi estremamente pacifici il signor Nocco avesse tentato di chiarire l’equivoco, veniva dapprima pesantemente offeso, poi ripetutamente minacciato di arresto e, successivamente, invitato a seguire gli agenti fino al Commissariato di Polizia. Mentre era ancora sul posto e nel corso dell’aggressione verbale da parte dei due agenti, il signor Nocco riusciva a contattare con il proprio cellulare tanto il 112 quanto il 113 chiedendo un loro urgente intervento, ma le unità operative non arrivarono in tempo utile. 

Una volta giunto presso il Commissariato di PS, malgrado l’età matura e l’assenza di precedenti penali a suo carico, il signor Nocco veniva dapprima costretto a subire una serie di aggressioni fisiche e psicologiche e, subito dopo, sottoposto a umilianti rilievi identificativi come se fosse un pericoloso criminale. A causa delle percosse ricevute e l’agitazione per ciò che stava accadendo, il signor Nocco avvertiva un malore e invocava l’intervento di una ambulanza. Ma nessun medico arrivò, e, anzi, il signore veniva trattenuto per oltre un’ora presso gli uffici del posto di polizia, fino a che l’intervento del difensore di fiducia, avvertito dalla moglie di Nocco, riuscì nell’intento di ridargli la libertà.

A seguito di tale episodio e con una buona dose di fiducia nella giustizia, il signor Nocco decideva di querelare i due agenti che, appena ricevuto l’avviso di garanzia, e cioè ben tre mesi dopo i fatti, presentarono denuncia contro di lui per resistenza a pubblico ufficiale.

Assieme al danno e all’umiliazione personale derivanti dell’essere stato pesantemente offeso, gratuitamente spintonato e fatto oggetto di sputi da parte degli agenti, il signor Nocco si trovava anche messo alla berlina da parte di alcuni organi di informazione locali che diffondevano la notizia degli accadimenti in maniera quantomeno tendenziosa, senza tenere conto della sua versione dei fatti. A questo punto, come spesso accade in circostanze simili, lo sfortunato Nocco si trova nella condizione di vittima di una paradossale e per lui inverosimile vicenda giudiziaria di Kafkiana memoria. Grazie al suo senso di giustizia e, anche, a causa della denuncia subita, il signor Nocco intraprende una lunga e faticosa battaglia giudiziaria senza poter immaginare che l’esito di tutto ciò avrebbe modificato il suo sentimento iniziale di stupore e incredulità, trasformandolo prima in delusione e poi in sgomento.

Le vicissitudini giudiziarie, infatti, si sono trasformate in un percorso labirintico e amaro per il povero malcapitato. Passati due anni e senza che nulla fosse avvenuto sul piano processuale e giudiziario, il signor Nocco, presentava istanza di avocazione a causa del totale stallo nelle indagini preliminari e per il mancato esercizio dell’azione penale ma questa veniva rigettata, con provvedimento del 18 dicembre 2009 dal Procuratore Generale presso la Corte di appello di Bari. Dopo qualche tempo la macchina della Giustizia si metteva in moto e, a seguito delle due denunce, venivano istruiti due distinti procedimenti penali: il primo, nel quale Nocco ricopriva la veste di persona offesa, veniva fissato in data 16 novembre 2010, innanzi al tribunale monocratico di Bari e assegnato a un giudice onorario; il secondo, che lo vedeva imputato, veniva fissato in data 3 dicembre 2010, nello stesso tribunale ma assegnato a un giudice togato.

Il risultato di ciò fu che il primo procedimento veniva gestito sbrigativamente e si concludeva con una sentenza di assoluzione per i due poliziotti perché il fatto non sussiste. La scelta da parte della difesa degli imputati del rito abbreviato consentiva loro di avvantaggiarsi della presenza nel fascicolo di scarni (se non inesistenti) atti di indagine e della mancanza di qualsivoglia approfondimento investigativo, compresa la mancata allegazione agli atti di querela. In tal modo il signor Nocco veniva privato della possibilità di provare quanto accaduto, anche attraverso il deposito del telefonino ammaccato, della maglietta piena di sputi e dei tabulati attestanti le sue richieste di aiuto ai numeri 112, 113 e al cellulare della moglie.Pur deluso da quanto successo, il signor Nocco continuava a nutrire qualche minima speranza di poter far valere i propri diritti e le proprie ragioni nel procedimento in cui si trovava imputato. Purtroppo così non è stato.

Il primo grado del secondo procedimento durava ben sette anni e mezzo e giungeva ad una sentenza di condanna emessa da un giudice diverso da quello che aveva istruito l’intero processo. Inoltre, l’avvocato delle persone offese chiedeva ed otteneva dal secondo giudice, appunto quello subentrato nel processo all’ultimo momento, la modifica del capo di imputazione: l’originaria contestazione per il reato di violenza e minaccia a Pubblico Ufficiale veniva riqualificata in resistenza a un Pubblico Ufficiale e ciò determinava l’estinzione del reato per prescrizione privando il signor Nocco della possibilità di ricorrere in appello.

Purtroppo e oltretutto, la faccenda non finiva con questa sentenza perché, in considerazione dell’assoluzione avvenuta nel procedimento a loro carico, gli agenti di pubblica sicurezza decidevano di querelare Nocco per calunnia.Per fortuna, rispetto a tale paradossale accusa, il signor Nocco veniva assolto in primo e secondo grado, con una motivazione che poneva seri dubbi sulla sostenibilità della sentenza di condanna a suo carico per la resistenza a pubblico ufficiale. 

Il signor Nocco nel ricostruire questi eventi e rivolgendosi ad A Buon Diritto nel raccontare questa storia ci interroga in cerca di risposte:“Cosa deve fare un cittadino di fronte agli abusi delle forze dell’ordine?”. In teoria ciò che ha fatto lui: denunciare l’abuso e rivolgersi fiducioso alla Giustizia per impedire che simili episodi abbiano a ripetersi.

In pratica invece, come abbiamo visto in numerose altre vicende che hanno avuto esiti ben più tragici, come la morte di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Dino Budroni e Michele Ferrulli solo per citarne alcuni, le denunce spesso si traducono in silenzio e omertà da parte delle forze dell’ordine prima, scarsa capacità di approfondimento della magistratura poi, e infine dal silenzio delle istituzioni. In queste ultime ore, abbiamo visto per l'ennesima volta il parlamento italiano sottrarsi dalla responsabilità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura, chiaro segno, dal nostro punto di vista, di una sudditanza psicologica inqualificabile, indice di una totale adesione alla visione distorta della polizia, e delle sue funzioni, portata avanti dai gruppi meno democratici e più fascistizzati delle forze dell'ordine. Ma è proprio per tutelare, oltre ai cittadini, quegli uomini in divisa che ogni giorno svolgono con coscienza e responsabilità il loro lavoro, che è necessaria l'introduzione del reato di tortura nel nostro paese. Ed è fondamentale, allo stesso modo, che venga fatto un lavoro culturale e di formazione con gli agenti di pubblica sicurezza perché gli abusi subiti dal signor Nocco non paiono davvero degni di uno Stato e di una Polizia democratici.

 

fonte immagine: blitzquotidiano.it

Pubblicato: Giovedì, 28 Luglio 2016 10:26

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