Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione

Home a buon diritto

Libertà terapeutica

Passaggio a livello: La Politica nella palude

politica italiana06-02-2017
Ubaldo Pacella

Sogno o son desto, verrebbe da dire guardando il mesto panorama della politica italiana in questi giorni, travagliati dal nulla. Meglio ancora: svegliatemi da questo incubo!

Il nostro Paese è sommerso da problemi gravissimi, la stessa natura sembra leopardianamente accanirsi contro popolazioni e territori, né l’abnegazione dei singoli e l’impegno di uomini, donne e volontari riesce a curare le ferite inferte alle comunità locali. L’ economia, nonostante gli sforzi pubblici, appare imprigionata in un blocco di ghiaccio, incapace di produrre il benché minimo segnale di risveglio o vitalità. Il contesto internazionale è tra i più preoccupanti dal secondo dopoguerra, immigrazione, sicurezza, tenuta dei conti pubblici, sistema bancario e assicurativo appaiono esposti a venti di tempesta senza che vi sia un nocchiero in grado di affrontarla.

Questo scenario desta le più vive preoccupazioni nell’opinione pubblica, non così per la politica, i partiti, gli schieramenti o quel che ne resta. Dimentichi delle esigenze di efficace governo della nazione ci si azzuffa verbalmente entro un orizzonte virtuale.

Le scelte sciagurate del recente passato sino al referendum dello scorso 4 dicembre hanno lasciato un terreno devastato, senza l’ombra di un progetto, privo di idee, farneticante negli slogan come nella gragnola delle quotidiane dichiarazioni. E’ solare la distanza planetaria tra le esigenze degli italiani e gli obiettivi delle forze politiche, queste ultime tutte intente a regolare conti interni o a brandire i vessilli populisti, nella gara insensata a chi la dice più grossa, per lucrare un titolo di giornale o un commento ad effetto sui social media.

La resa senza condizioni di questa classe politica sta tutta nell’aver consegnato ai giudici, fossero pur quelli paludati della Corte Costituzionale, persino le regole della legge elettorale. Non si tratta oggi dell’Italicum, ieri del Porcellum, bensì della manifesta incapacità a trovare un quadro di riferimenti comuni per stabilire i criteri di misura della volontà popolare, nonché i principi della governabilità.

Si offre questo scenario lunare di contrapposizioni e veti incrociati all’interno delle stesse compagini, prima tra tutte quella del PD, un partito mai nato, ormai alla resa dei conti finali tra l’anima storica, ancorata alla tradizione del vecchio PCI e quella riformatrice dei democratici cattolici e laici che guardano ai moderati.

Le faide di una guerra sotterranea per bande alla ricerca di una leadership vacua affliggono tutti gli schieramenti in campo, a partire proprio dai 5 stelle costretti dagli editti “bulgari” liberticidi di opinioni di Beppe Grillo ad uno sconcertato silenzio, a guardarsi in cagnesco, a riunioni carbonare in tutta segretezza capaci, in pochi mesi di abiurare a trasparenza, legalità, confronto, senza che nessuno chieda il diritto allo streaming, brandito in passato contro tutti gli altri politici, a partire dalla gogna mediatica offerta a Pierluigi Bersani nel lontano 2013 nel suo goffo tentativo di dialogo con i grillini all’indomani delle elezioni “perse” da PD.

Si chiedono tra lazzi e strepiti elezioni anticipate, senza nemmeno aver adempiuto al primo dovere dei parlamentari quello di cercare un consenso, quanto più ampio possibile, per dar vita ad una rimaneggiata legge elettorale omogenea per la Camera e per il “risorto” Senato in un contesto di bicameralismo paritario.

Siamo spettrali testimoni di un impudico spettacolo come quello di attendere le motivazioni della sentenza della Consulta per capire quale friabile margine di manovra resta ad un Parlamento logorato dalle proprie intrinseche incapacità. Non si affronta un passaggio ineludibile come quello sulla legge elettorale, che dovrebbe essere trasmesso integralmente non solo sul web, ma da tutti i media e i social per dar modo agli italiani, o come si dice eufemisticamente al popolo sovrano, di formarsi una opinione circa le reali intenzioni dei partiti o gruppi politici, ma ci si misura a colpi di talk show o di interviste, come nella più corriva delle trasmissioni sportive.

Il sentimento prevalente di chi scrive è quello dell’indignazione, di fronte a tanta arrogante, miserevole tracotanza, mi si passi il termine forte, dell’ intera classe politica italiana. Tutti sono orientati a lucrare un infimo interesse personale o di appartenenza, dimentichi della missione elevata loro affidata dalla democrazia: quella di guidare il Paese nel migliore dei modi, risolvendo le questioni più intricate e spinose, proprio quelle che nel contesto internazionale più preoccupano per la vita materiale, culturale ed emotiva dei popoli, nonché per la tenuta civile delle istituzioni, nel pieno di un conflitto tra neo protezionismo populista, assetto delle economie, finanza e valori etici fondanti.

Non si tratta di tenere artificialmente in vita un Parlamento afono e scosso per un altro anno, mentre la cancrena dei problemi irrisolti divora il Paese, nonostante il lodevole impegno del Presidente Paolo Gentiloni, la personalità più equilibrata, rigorosa, competente cui affidare la navigazione in un frangente così periglioso, né quella di ricorrere alle urne per consumare vendette personali o di parte ben sapendo che in queste condizioni la governabilità rappresenta una vera chimera. Si aprono squarci spagnoli con un tripolarismo inefficace o un pulviscolo di frazioni peggiore della prima fase repubblicana quella del proporzionalismo puro, della Democrazia Cristiana, dei partitini indotti a fare la voce grossa da un sistema ad elevata instabilità.

La priorità è una sola costruire una legge elettorale in grado di assicurare la governabilità in Italia con uno scenario tendenzialmente tripolare. Sarà impossibile superare gli egoismi di partito o le inutili rivincite? Lo si dimostri con il coraggio della trasparenza. Un Parlamento di vetro collegato via web, senza soluzione di continuità. Qualora si rivelasse impossibile trovare un accordo di fronte a tutti gli italiani ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Il PD, dopo un siffatto percorso, sarebbe in grado di votare alla Camera, dove ha la maggioranza assoluta, il Mattarellum, accolto all’unanimità dal partito, per presentarlo successivamente al Senato lì vedremo in faccia chi non lo voterebbe. Il verificarsi di queste condizioni darebbe la parola al capo dello Stato, sarebbe Sergio Mattarella a decidere se un siffatto Parlamento merita ancora la fiducia degli italiani e svolge una corretta azione democratica.

La questione cruciale è evidente a tutti, forse tranne ai politici considerate le loro affermazioni di giornata, non è se votare a giugno o a febbraio 2018 e perché non a ottobre 2017? Nessuno lo vieterebbe. Il punto è con quale legge e quali prospettive di tenuta per il futuro Governo. Se il parlamento fosse impegnato strenuamente per raggiungere un accordo condiviso almeno da due dei tre schieramenti, chi potrebbe rincorrere le urne? Con quale consenso? Il dramma che viviamo consiste in questo iato tra le necessità presenti e future del Paese e l’ottusa volontà di giuocare sulla pelle degli italiani il destino di una manciata di personaggi. Quali dovrebbero essere i leader del futuro su cui puntare il rinascimento del Paese? I premier degli anni ’90, quello ammaccato del dicembre scorso, o il comico genovese? Spetterà a costoro guidare l’Italia in una temperie internazionale così complicata, oscura e turbolenta?

Altri destini attendono la nostra democrazia. Nessuno illuda se stesso e gli altri circa facili scorciatoie. Il cammino sarà lungo, disagevole, persino penoso, altrimenti avremo una minestra in salsa greca.

Mi auguro che vi sia ancora qualcuno capace di pensare in grande, di guardare al futuro, travalicando gli egoismi personali e di parte, primo tra tutti Matteo Renzi che di questa crisi porta, insieme a troppi altri soprattutto i riottosi compagni di partito, la piena responsabilità. E’ il fallimento di una politica muscolare, ostile al dialogo e troppo prudente con i grandi gruppi di potere che ci consegna a questo girone infernale.

Non è colpa solo dei giudici se 25 anni dopo ci ritroviamo senza un sistema elettorale serio e affidabile, con una deriva populista crescente e lo spettro di elezioni con il proporzionale puro. Ciascuno si interroghi, a partire da chi scrive. Mi auguro lo faccia qualcuno dei 945 parlamentari, che forse per ventura ci leggerà, cui abbiamo delegato molte responsabilità, magari troverà anche il tempo e l’eleganza di prendere la parola e rispondere?

Pubblicato: Lunedì, 06 Febbraio 2017 13:01

Citrino visual&design Studio  fecit in a.d. MMXIV