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La solitaria sofferenza di Orlando e Rosa

Questa storia comincia 34 anni fa, con un trauma cranico. A subirlo è Orlando Fratto; e mai nessuno, allora, avrebbe potuto prevedere la scia di dolore e strazio che quell’incidente avrebbe portato con sé. Nulla, da quel momento, sarebbe più tornato al suo posto. La memoria che comincia a fare scherzi, momentanee fasi di mancata lucidità, un’attività cognitiva non regolare. Fino ai primi concreti segni di demenza, nel 1987; fino alla diagnosi di Alzheimer da trauma, nel 1992. Seguono anni di relativa autosufficienza, ma segnati da forti crisi depressive, prima, con ripetuti tentativi di suicidio, e da accessi di violenza poi, quando la lucidità è infine perduta quasi del tutto. Dal 1996 la storia di Orlando Fratto si interrompe, per certi versi finisce: comincia quella di un corpo adagiato su un letto dal quale non si solleverà mai, completamente paralizzato, «fossilizzato», come dice una persona a lui molto vicina. Da quel momento non dialogherà più, non si muoverà più, non vedrà più (diventerà cieco), non compirà un solo gesto autonomamente, neppure quello della masticazione; il suo cuore sopravviverà al suo corpo, eccezionalmente, per un tempo lunghissimo. Per 12 anni.

[24/07/08] Questa storia comincia 34 anni fa, con un trauma cranico. A subirlo è Orlando Fratto; e mai nessuno, allora, avrebbe potuto prevedere la scia di dolore e strazio che quell’incidente avrebbe portato con sé. Nulla, da quel momento, sarebbe più tornato al suo posto. La memoria che comincia a fare scherzi, momentanee fasi di mancata lucidità, un’attività cognitiva non regolare. Fino ai primi concreti segni di demenza, nel 1987; fino alla diagnosi di Alzheimer da trauma, nel 1992. Seguono anni di relativa autosufficienza, ma segnati da forti crisi depressive, prima, con ripetuti tentativi di suicidio, e da accessi di violenza poi, quando la lucidità è infine perduta quasi del tutto. Dal 1996 la storia di Orlando Fratto si interrompe, per certi versi finisce: comincia quella di un corpo adagiato su un letto dal quale non si solleverà mai, completamente paralizzato, «fossilizzato», come dice una persona a lui molto vicina. Da quel momento non dialogherà più, non si muoverà più, non vedrà più (diventerà cieco), non compirà un solo gesto autonomamente, neppure quello della masticazione; il suo cuore sopravviverà al suo corpo, eccezionalmente, per un tempo lunghissimo. Per 12 anni. Pochi giorni fa, a Catanzaro, in casa sua, Orlando Fratto è morto. Tecnicamente, anche se non c'è un'autopsia a confermarlo, è morto per mancata alimentazione: negli ultimi tre giorni era diventato impossibile somministragli cibo, come in tutti quegli anni era stato fatto da sua moglie, con una siringa che introduceva direttamente in gola preparati simili agli omogeneizzati che si danno ai neonati. Dallo scorso Natale al momento del decesso la trachea risultava definitivamente spostata e del tutto atrofizzata. Orlando non aveva neppure più i riflessi necessari per rimettere; era necessario girarlo, «come si gira una bottiglia per farne uscire il contenuto», ci dice la moglie, affinché non morisse per soffocamento. La moglie di Orlando si chiama Rosa. Ha 57 anni, gli ultimi 12 dei quali passati da reclusa insieme a suo marito, nella loro casa. Preoccupata all’idea che anche in una sua brevissima assenza Orlando potesse mancare, gli è rimasta vicina sempre, notte e giorno. Orlando e Rosa non hanno mai beneficiato di assistenze sanitarie domiciliari, se si escludono brevi periodi col sostentamento via flebo (poi interrotto per deficienze del sistema vascolare), e la cura di una piaga da decupito. Per il resto nulla, nulla in 12 anni. Neppure un aiuto economico per i molti farmaci impiegati, come la cura a base di chemio per dei tumori alla pelle, che hanno richiesto l’acquisto di creme particolarmente onerose. L’unico aiuto che è stato fornito dalle istituzioni a questa famiglia è venuto dal comune di Catanzaro: delle “badanti” per sole due ore la settimana. Ci sono molte cose amare, in questa vicenda. La sua eccezionalità: perché nessuno mai si sarebbe atteso quella resistenza cardiaca in una fisiologia tanto indebolita e menomata: una resistenza che ha protratto dolore e sofferenza oltre ogni limite prevedibile, per un tempo lunghissimo. E l’assenza delle istituzioni e delle strutture mediche, incapaci di prendersi cura di casi tanto gravi e onerosi; e la vicenda personale di chi ha dovuto fronteggiare, per 16 anni, il decorso di una patologia inarrestabile, senza via di uscita e senza speranza. Rosa ci ha detto anche dei suoi dilemmi morali: di un marito che, prima di perdere definitivamente ogni facoltà di relazione con il mondo, aveva tentato più volte di togliersi la vita e aveva confessato - non a lei, ma ad amici e familiari - di non voler più vivere. «Sarebbe bastato tappargli il naso per 30 secondi», dice oggi Rosa: «Sarebbero bastati a porre fine alla sofferenza». È una frase terribile, che non è facile intendere in tutto il suo significato. Fatto sta che quella donna, a quel gesto, non ha mai fatto ricorso. «Non me la sono sentita. Come può una donna uccidere un marito che nel frattempo è divenuto per lei come un figlio?». Nell’ultimo periodo della sua vita, Orlando era giunto a pesare 10 kili. Poco più di un neonato, appunto. Una creatura il cui respiro - tutto ciò che di quella vita rimaneva - era divenuto imprescindibile per Rosa. Infine, tra le molte cose che reclamano pietà e partecipazione, in questa vicenda, c'è quel vuoto normativo che ha lasciata sola quella donna a fronteggiare l'indecidibile. Lei lo sa e lo dice apertamente: «Mancano le leggi. Se mio marito avesse potuto esprimere, fin quando era in tempo, la sua volontà di essere lasciato morire, se vi fosse stata una normativa che regola l'interruzione di tutte quelle cure inutili, io avrei consentito che mio marito morisse. Avrei permesso che tutte quelle sofferenze superflue terminassero molto prima». Abbiamo chiesto a Rosa Fratto se preferisse, per il racconto della sua vicenda, l’uso di nomi fittizi o l’anonimato. «No no, scriva il nome e cognome di mio marito, scriva il mio. Gridate il mio dolore e la mia solitudine». Così ci ha detto.

Unita' - Andrea Boraschi, Luigi Manconi - A buon diritto - Promemoria per la sinistra


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