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Lo sposo paraplegico e la Chiesa

La notizia è di qualche settimana addietro. Colpisce che, sulla stampa nazionale, ne abbiano offerto cronaca solo alcune testate; e nessuna abbia voluto spingersi oltre e commentare l’accaduto. Che è piuttosto breve. Due giovani fidanzati intendono sposarsi; lui, due mesi prima della data prevista per il matrimonio, subisce un grave incidente: 15 giorni di coma - pare - prima del risveglio e prima che sia accertata la semiparalisi. I promessi sposi, tuttavia, confermano la loro volontà: credono in quella unione e intendono celebrarla secondo il rito cattolico. Il tempo passa e la data del matrimonio si avvicina. Il parroco, per conto del vescovo di Viterbo monsignor Chiarinelli, chiede loro una dichiarazione di consapevolezza, un attestato di perfetta conoscenza dei rischi e delle difficoltà che la loro unione è destinata a incontrare. I due forniscono il documento richiesto; e rimangono convinti dell’imminenza della loro unione. Sino a quando giunge dal vescovo comunicazione della mancata autorizzazione alle nozze. Così, proprio così: di colpo, senza alcun colloquio, senza alcun ulteriore approfondimento sulla relazione tra i due fidanzati e sulle condizioni di salute del giovane paraplegico.

[30/06/08] La notizia è di qualche settimana addietro. Colpisce che, sulla stampa nazionale, ne abbiano offerto cronaca solo alcune testate; e nessuna abbia voluto spingersi oltre e commentare l’accaduto. Che è piuttosto breve. Due giovani fidanzati intendono sposarsi; lui, due mesi prima della data prevista per il matrimonio, subisce un grave incidente: 15 giorni di coma - pare - prima del risveglio e prima che sia accertata la semiparalisi. I promessi sposi, tuttavia, confermano la loro volontà: credono in quella unione e intendono celebrarla secondo il rito cattolico. Il tempo passa e la data del matrimonio si avvicina. Il parroco, per conto del vescovo di Viterbo monsignor Chiarinelli, chiede loro una dichiarazione di consapevolezza, un attestato di perfetta conoscenza dei rischi e delle difficoltà che la loro unione è destinata a incontrare. I due forniscono il documento richiesto; e rimangono convinti dell’imminenza della loro unione. Sino a quando giunge dal vescovo comunicazione della mancata autorizzazione alle nozze. Così, proprio così: di colpo, senza alcun colloquio, senza alcun ulteriore approfondimento sulla relazione tra i due fidanzati e sulle condizioni di salute del giovane paraplegico. Parliamo di lui e della sua condizione non per caso: bensì perché si apprende, di lì a breve, che il matrimonio non è stato autorizzato in virtù di precisi articoli del Codice Canonico: "l’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio"; e, ancora, "(…) l’impotenza coeundi continua a sussistere come impedimento qualora sussista prima delle nozze". Pare che la coppia non abbia accolto la decisione di Sua Eccellenza con particolare giubilo; e che abbiano ribadito il loro progetto di famiglia sposandosi civilmente. Appena divulgatasi la notizia, la curia di Viterbo, senza smentire i fatti, ha diramato una nota in cui si precisava che " a chi di dovere sono state offerte tutte le motivazioni di una realtà che non dipende né da discrezionalità né dall’intenzionalità dei soggetti"; e che "tutto è stato fatto nella condivisione sincera della situazione e con ogni attenzione umana e cristiana"; e, ancora, che "l’amarezza per il modo inadeguato e pretestuoso in cui è stata presentata la vicenda non fa che aumentare la solidarietà affettuosa per chi è in sofferenza e ricordare che "la verità vi farà liberi"". Possibile che l’assenza di ogni commento ai fatti, di cui ci lamentavamo poc’anzi, venga proprio da qui: dal sapore grottescamente risolutorio e auto-assolutorio di queste frasi. Che si commentano da sole. Tuttavia, vale la pena aggiungere qualcosa. In primis, che la decisione della curia viterbese è tanto più amara e insensata quanto infondata da un punto di vista medico. Ovvero, è stata pregiudizialmente avanzata una diagnosi di impotenza copulativa, per quel giovane, laddove non v’è ancora nulla di certo; e sembra, piuttosto, che gli stessi medici che lo hanno in cura avessero espresso ottimismo rispetto alla ripresa delle sue capacità riproduttive. Questo, ad esempio, il parere sulla vicenda di Gerardo Ronzoni, professore d’Urologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore: "Non intendo entrare in polemica con il vescovo di Viterbo, che rispetto come cattolico praticante: tuttavia gli sono stati suggeriti vecchi pregiudizi che non hanno alcun riscontro serio e scientifico. Più del 70% dei para-tetraplegici da traumatismo midollare conservano l’erezione, la cui qualità ed efficacia è legata alla completezza o meno della lesione. La fertilità è migliorata negli ultimi decenni anche per le tecniche di uro-riabilitazione: pertanto non corrisponde a verità l’affermazione sulla impotenza coeundi e generandi del paraplegico legata alla sua condizione di medulloleso". Si badi, inoltre, che a integrazione degli articoli già citati il Diritto Canonico prevede anche che "Se l’impedimento di impotenza è dubbio, sia per dubbio di diritto sia di fatto, il matrimonio non deve essere impedito né, stante il dubbio, dichiarato nullo". Insomma, sembrerebbe che quel matrimonio andasse proprio celebrato, anche in punta di diritto (canonico!). Al di là del merito medico e normativo della vicenda - che abbiamo evocato pur non essendo in alcun modo di nostra competenza - resta un’impressione sempre più vivida: che la Chiesa, o una parte di essa, è vieppiù impegnata a mostrare un rinnovato rigore, la assoluta non negoziabilità delle sue regole e dei suoi precetti. Questa severità si fa tanto più palese quando si applica ai dettami più retrivi della sua dottrina, quasi a voler rendere esplicito, di quella istituzione, il coraggio di violare il senso comune della compassione e della pietà pur di rimanere incorrotta. È già successo con i funerali di Piergiorgio Welby, ad esempio; laddove un folto popolo cristiano non ha compreso la volontà di negare a quella persona le esequie religiose. Potrebbe accadere con questi due giovani: ai quali, crediamo, ogni buon credente augurerebbe il più felice dei matrimoni, con la benedizione del Signore. Dinanzi a vicende di questo genere ci si ricorda facilmente che essere cattolici non è un obbligo e che si può liberamente misconoscere la Chiesa e la sua dottrina. Tuttavia, in questo paese, una parte consistente della cittadinanza sente di appartenere con devozione a quella istituzione; lo stato deve prendere posizione, affinché quei cittadini non siano trattati in virtù di norme apertamente discriminanti? 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