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Terrorismo: le parole e il silenzio

L’ennesima riprova che gli “anni di piombo” non abbiano mai trovato una soluzione pubblica condivisa, se non da tutti, almeno da una parte consistente dei cittadini di questo Paese, viene dalle polemiche addensatesi, in questi giorni, su un dibattito in programma a Bologna per il prossimo 24 aprile. L’incontro dovrebbe tenersi al teatro Ridotto, a margine della rappresentazione di un testo di Erri De Luca, «Chisciotte e gli invincibili»; e vedrà protagonisti lo stesso scrittore napoletano, il direttore del teatro Renzo Filippetti e l’ex militante delle Br Vittorio Antonini. Diciamo subito che il titolo dell’iniziativa, ancorché poi spiegato ampiamente, ha prestato il fianco a equivoci facili da prevedersi. «Gli invincibili» - questo il nome voluto per il dibattito - ha sollevato dubbi di opportunità proprio in relazione alla persona di Antonini: che, nella schiera di quanti sono stati condannati per terrorismo, non si è mai dissociato ne pentito. Che i promotori e lo stesso De Luca abbiano poi spiegato il senso di quell’espressione - che non intende esaltare l’irriducibilità della violenza a sfondo ideologico, quanto evidenziare la buona volontà di chi dagli errori e dalle sconfitte più eclatanti trae, comunque, motivo di riscatto e riabilitazione - è servito a ben poco. Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, si è espresso con toni molto duri, chiedendo l’annullamento del dibattito; ed altri, con lui, ne hanno contestato l’opportunità e i protagonisti, fino all’avvio di una piccola campagna mediatica approdata anche alle cronache nazionali.

[26/02/08] L’ennesima riprova che gli “anni di piombo” non abbiano mai trovato una soluzione pubblica condivisa, se non da tutti, almeno da una parte consistente dei cittadini di questo Paese, viene dalle polemiche addensatesi, in questi giorni, su un dibattito in programma a Bologna per il prossimo 24 aprile. L’incontro dovrebbe tenersi al teatro Ridotto, a margine della rappresentazione di un testo di Erri De Luca, «Chisciotte e gli invincibili»; e vedrà protagonisti lo stesso scrittore napoletano, il direttore del teatro Renzo Filippetti e l’ex militante delle Br Vittorio Antonini. Diciamo subito che il titolo dell’iniziativa, ancorché poi spiegato ampiamente, ha prestato il fianco a equivoci facili da prevedersi. «Gli invincibili» - questo il nome voluto per il dibattito - ha sollevato dubbi di opportunità proprio in relazione alla persona di Antonini: che, nella schiera di quanti sono stati condannati per terrorismo, non si è mai dissociato ne pentito. Che i promotori e lo stesso De Luca abbiano poi spiegato il senso di quell’espressione - che non intende esaltare l’irriducibilità della violenza a sfondo ideologico, quanto evidenziare la buona volontà di chi dagli errori e dalle sconfitte più eclatanti trae, comunque, motivo di riscatto e riabilitazione - è servito a ben poco. Il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, si è espresso con toni molto duri, chiedendo l’annullamento del dibattito; ed altri, con lui, ne hanno contestato l’opportunità e i protagonisti, fino all’avvio di una piccola campagna mediatica approdata anche alle cronache nazionali. Non è nostra intenzione discutere di Vittorio Antonini e della sua storia politica e penale. Egli è stato invitato a testimoniare «non il proprio passato di terrorista, ma la propria esperienza, nel carcere e fuori del carcere, di fondatore e animatore dell’associazione Papillon. Questa associazione, da lungo tempo presente e attiva all’interno dell’Istituto di pena di Rebibbia nuovo complesso, ha coinvolto nel corso degli anni centinaia di detenuti nelle proprie attività culturali e associative ed ha promosso recentemente, grazie all’attività di ex detenuti e detenuti in semilibertà, come lo stesso Antonini, un Centro culturale e una biblioteca popolare nella estrema periferia est della città di Roma» (così i garanti dei diritti dei detenuti di Firenze e Roma, Franco Corleone e Gianfranco Spadaccia). Anche per queste attività ad Antonini è stata concessa la semilibertà (ovvero, quell’uomo non ha finito di scontare la propria pena: non è “libero”). Tali attività testimoniano comportamenti e azioni che configurano quella riabilitazione alla quale ogni pena dovrebbe tendere. E la pena, a sua volta, essendo comminata da un potere dello stato, non è questione “privata”, di mortificazione dei colpevoli e di soddisfazione delle vittime; le coscienze degli autori dei reati rimangono ad essa estranee; dunque, estranee le sono anche la misura, l’intensità e le motivazioni di ogni ravvedimento. La legge non chiede “pentimento”: non chiede, cioè, atti formali di contrizione, né è preposta a indagare la sfera intima dove si avverte la coscienza e l’eventuale resipiscenza; essa, piuttosto, esige dal condannato comportamenti non lesivi (tanto meglio se positivi e virtuosi), nei confronti dei compagni di pena e verso la società. I giudici hanno stabilito che Antonini questi comportamenti li ha fatti propri e li ha mantenuti nel tempo. E oggi, nella misura in cui gli è possibile, egli può tornare a partecipare alla vita associata. Con i diritti e le prerogative che dovrebbero essere riconosciuti a ciascun cittadino; dunque, anche con il diritto alla parola in occasioni pubbliche. Appurato, allora, che la sua partecipazione a quel dibattito al teatro Ridotto è perfettamente legittima, resta da chiedersi se essa sia anche opportuna. La risposta, anche qui, ci appare affermativa. Non solo per i contenuti di quella iniziativa - che solo per amore del grottesco qualcuno ha potuto immaginare fossero celebrativi della violenza terrorista; ma proprio perché quell’occasione di confronto è un altro piccolo tassello di reinserimento nella società, in un percorso che Antonini ha già da tempo intrapreso. E perché se è vero, come dicevamo in apertura, che il vulnus politico, culturale e umano degli anni di piombo non è mai stato sanato, è vero anche che a esso bisogna tornare: con tutta la razionalità e la disponibilità intellettuale di cui siamo capaci. Non si può trovare motivo di comprensione definitiva di quella tragica vicenda sin quando non siano chiare a tutti le cause dei tremendi errori e degli odiosi crimini di cui si sono macchiati i protagonisti di quegli anni. Quelle cause possono essere cercate negli elementi biografici dei terroristi, nei loro tratti psicologici e in mille altri fattori scatenanti: ma esse sono, e restano, primariamente politiche. Dunque, interessano tutti noi: chi quegli anni non li ha conosciuti direttamente e chi, invece, li ha vissuti o ne è rimasto segnato. Il terrorismo è stato sconfitto, grazie al cielo: ma la pace, ricordiamolo, la si fa anche con i nemici sconfitti. E ogni pace inclemente ha, di regola, il solo effetto di trascinare i conflitti oltre la loro naturale fine (come sta avvenendo oggi in Italia per il terrorismo, appunto). C’è un’ultima questione, forse la principale, che merita di essere discussa. A molti, legittimamente, appare scandaloso lo spazio pubblico concesso agli ex terroristi. Libri, convegni, dibattiti, incarichi pubblici, visibilità mediatica. E si protesta perché, a confronto di tutto ciò, ai familiari delle vittime è stato riconosciuto ben poco spazio di parola, men che meno gli è stato tributato un riconoscimento pubblico tangibile per i drammi vissuti, se non parzialmente e tardivamente. Che lo Stato abbia fatto poco e male, per chi in quegli anni è stato segnato dalla violenza terrorista, è dato inconfutabile. Tuttavia, non è impedendo agli ex terroristi di esprimersi pubblicamente che si potrà porre rimedio a tali omissioni e inadempienze. Piuttosto, se a quelli è concessa la parola nel dibattito pubblico, altrettanto e ancor più va garantito a chi dal terrorismo ha subito lutto e dolore. Piuttosto che ridurre la voce ai primi, allora, si amplifichi quella dei secondi (le vittime e i loro familiari). Scrivere a: abuondiritto@abuondiritto.it

Unita' - Andrea Boraschi, Luigi Manconi - A buon diritto - Promemoria per la sinistra


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