Romania, l’aiuto italiano al bimbo di Doina
Un assegno al figlio della ragazza accusata della morte di Vanessa Russo. Manconi: «Rischiava l’abbandono»
Quello appena inviato in Romania è il terzo assegno. Trecento euro mensili destinati al figlio più grande, 6 anni appena, di Doina Matei, la ragazza romena in carcere con l'accusa di aver ucciso lo scorso 26 aprile la ventiseienne romana Vanessa Russo,
dopo averla aggredita e colpita all'occhio con la punta di un ombrello. Un assegno dettato dalla solidarietà ma potrebbe far discutere. Perché, da un lato, si affianca alla recente decisione del Tribunale di Roma di consentire il rientro in patria di Costantina I., la minorenne romena arrestata insieme a Doina e poi scarcerata e condotta in una struttura protetta del Comune
[09/11/07] di Massimiliano Di Dio
Quello appena inviato in Romania è il terzo assegno. Trecento euro mensili destinati al figlio più grande, 6 anni appena, di Doina Matei, la ragazza romena in carcere con l'accusa di aver ucciso lo scorso 26 aprile la ventiseienne romana Vanessa Russo,
dopo averla aggredita e colpita all'occhio con la punta di un ombrello. Un assegno dettato dalla solidarietà ma potrebbe far discutere. Perché, da un lato, si affianca alla recente decisione del Tribunale di Roma di consentire il rientro in patria di Costantina I., la minorenne romena arrestata insieme a Doina e poi scarcerata e condotta in una struttura protetta del Comune. E, dall'altro, arriva in un momento difficile per la capitale ancora sconvolta dall'omicidio di Giovanna Reggiani e da altri episodi di violenza commessi da cittadini di nazionalità romena.
L'integrazione capitolina certamente è stata messa a dura prova. Ma i processi seguono la loro strada. Così sul futuro di Doina deciderà con rito abbreviato il giudice dell'udienza preliminare di Roma, Donatella Pavone, il prossimo 19 novembre. La ragazza per ora continua a restare in carcere dove ha contatti saltuari solo con la madre Elisabeta, che vive in Italia e lavora in un centro di salute, e con la sorella che si trova in Romania. I trecento euro sono invece per il piccolo A. e gli saranno consegnati almeno fino a quando non sarà completamente autonomo. Dovrebbero aiutare proprio la sorella di Doina a tenerlo con sé e con la sua famiglia. Perché questo è il desiderio espresso dal bambino che da alcuni mesi trascorre il suo tempo diviso tra le case dei due fratelli della ragazza accusata di omicidio volontario aggravato da futili motivi.
Dietro quell'assegno c'è il progetto voluto e sostenuto dal sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi e dalla sociologa Laura Balbo e realizzato grazie alla collaborazione di Lidia Dobre, presidente della Fondazione Inima pentru Inima collegata all'associazione Bambini in Romania di Don Gino Rigoldi (Per quanti volessero sostenere il fondo "Anche loro sono vittime": bonifico permanente sul conto corrente n. 161 ABI 01005 CAB 03206 CIN C presso agenzia n. 6306 della Banca Nazionale del Lavoro, Via Arenula n. 70, Roma, indicando la causale). Un progetto che non coinvolge l'altro figlio di Doina, I. di soli quattro anni, del quale si occupa invece lo Stato romeno che lo ha affidato ad una famiglia di Bucarest. I due fratelli trascorrono alcune ore della settimana insieme in una struttura pubblica romena ma nulla sanno della situazione della madre che, afferma l'avvocato Giuseppe De Napoli, «è stata informata dell'aiuto economico dato a suo figlio e certamente ne è molto contenta».
La domanda, tuttavia, è una sola: perché preoccuparsi proprio dei figli di Doina Matei? Il sottosegretario alla Giustizia non si sottrae e parla prima di «questioni che possono essere più efficacemente affrontate se si dà loro una dimensione tangibile, fatta di nomi e cognomi. Perché il problema dei bambini abbandonati va affrontato non solo nelle sedi internazionali ma anche a livello di prossimità». E poi precisa: «Quello di Doina era un caso esemplare di uso pubblico della paura. Il più disgraziato e fortuito degli episodi di cronaca diventava un paradigma della minaccia al nostro Paese. L'unico nostro scopo è invece quello di contribuire ad aiutare un bambino, nella speranza che altri possano seguire l'esempio dato da don Rigoldi, al quale ci siamo affidati anche con il terrore che la nostra iniziativa potesse apparire vanitosa rispetto al suo lavoro».
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