Diritti: caso Welby; prosciolto il medico che "staccò la spina"
[01/08/07] Piergiorgio Welby aveva tutto il diritto di chiedere l’interruzione della ventilazione artificiale che lo teneva in vita e il medico anestesista Mario Riccio, che lo sedò per poi staccare il respiratore meccanico, aveva il dovere di assecondare la volontà del malato. Con questa motivazione, il gup del tribunale di Roma, Zaira Secchi ha ordinato il "non luogo a procedere" nei confronti di Riccio, indagato per "omicidio del consenziente" perché il fatto non costituisce reato ai sensi dell’articolo 51 del codice penale sull’adempimento di un dovere. Soddisfatta della sentenza Mina Welby che in udienza ha raccontato la storia di suo marito.
Il giudice, con la sua decisione, ha recepito l’impostazione della procura di Roma da sempre convinta che su Riccio non si dovesse indagare ma costretta da un altro giudice (Renato Laviola) a formulare l’imputazione coatta ai fini di un rinvio a giudizio. Le argomentazioni del pm Francesca Loy, il contenuto del libro "Lasciatemi morire" di Piergiorgio Welby, portatore da moltissimi anni di distrofia muscolare progressiva e deceduto il 20 dicembre scorso, la lettera che lui scrisse al presidente della Repubblica per fargli conoscere il caso e la testimonianza resa oggi dalla moglie hanno spinto il Gup Secchi a scagionare l’anestesista da ogni accusa.
"La sentenza - ha commentato l’avvocato Giuseppe Rossodivita, legale del medico - costituisce un precedente molto importante: riconosce il diritto del malato, grazie agli articoli 13 e 32, secondo comma, della Costituzione, di rifiutare le terapie o la prosecuzione di terapie non più volute anche quando questa interruzione possa determinare la morte del malato stesso. Di fatto il giudice ha stabilito che era un dovere, per il dottor Riccio, staccare il respiratore perché così aveva chiesto il paziente".
"Spero ora che il Parlamento faccia qualcosa per il testamento biologico. Lo chiedo soprattutto a nome di Piergiorgio perché non vada perso il suo sacrificio". Mina Welby, moglie dell’esponente radicale affetto da una grave forma di distrofia muscolare e morto il 20 dicembre scorso, è soddisfatta della sentenza che ha prosciolto il dottor Riccio. "Sono molto contenta del verdetto - ha esordito la donna -. Devo dire che ci speravo e che me l’aspettavo. Quando un giudice chiede cose così personali sul consenso della persona interessata e sulla fermezza del suo proposito, significa che è orientato a scagionare l’indagato. Io, in vista della mia deposizione di oggi, non mi ero preparata nulla, non avevo bisogno di cercare alcuna documentazione. Sapevo quello che avrei dovuto dire".
La donna ha così raccontato al Gup Secchi la storia del suo rapporto con Piergiorgio, tutto il decorso della sua malattia, "come lui ha cercato di darsi una mossa per vivere al meglio delle sue possibilità, informandosi della malattia e sapendo tutto della sua evoluzione. Lui mi aveva avvertito: non mi sposare, mi diceva, perché io ti rovino la vita. Io ho insistito e l’ho sposato ugualmente. Tornando indietro rifarei la stessa cosa. Siamo stati insieme 27 anni".
La prima crisi respiratoria di Piergiorgio è del ‘97: "In quella occasione, io e lui facemmo un patto, di non chiedere aiuto ai medici. Subito dopo lui mi disse di aiutarlo. Negli anni a seguire, lui lavorò sul testamento biologico, sulla legge sull’eutanasia in Italia, aveva visto che in Olanda e Belgio c’era già un ampio dibattito. È stato mio marito a rivolgersi ai radicali perché potesse avere un megafono, una voce in più, e rendere nota la sua storia. Con questo obiettivo scrisse al presidente Napolitano".
Mina Welby ha spiegato in udienza come la coppia incontrò il medico Mario Riccio: "Il dottor Casale si rifiutò di fare la sedazione e staccare il ventilatore, la magistratura era un po’ incerta sul da farsi, perché non c’era una legge che regolasse la materia. Tramite l’associazione Luca Coscioni, è stato il dottor Riccio a contattare mio marito che gli chiese personalmente di procedere alla sedazione e al distacco del respiratore. Così è accaduto. Il medico ha soltanto assecondato il volere di Piergiorgio".
L’assoluzione di Riccio "è una conquista straordinaria della nonviolenza radicale di Piergiorgio Welby, dell’Associazione Coscioni, di Mario Riccio e di quanti in questi mesi hanno lottato per l’affermazione del diritto a scegliere sulla propria salute, sulle proprie cure e sul proprio corpo". A parlare è Marco Cappato, segretario dell’associazione Coscioni ed europarlamentare radicale. "Ci auguriamo e ci impegneremo - prosegue Cappato - perché da oggi il Paese dell’agonia e della tortura di Giovanni Nuvoli abbia la forza di essere più civile e più rispettoso delle volontà dei malati italiani, qualunque esse siano: di assistenza, di terapia, di interruzione senza dolore di terapie". La battaglia dei radicali, chiarisce poi il segretario dell’associazione Coscioni, non si fermerà ma proseguirà, dentro e fuori il Parlamento, "per l’estensione, attraverso il testamento biologico, di tale diritto nel momento in cui non si sia più in grado di intendere e volere. Ci batteremo anche per il diritto dei malati terminali che pur non dipendono da trattamenti sanitari e anche per l’eutanasia legale e controllata contro l’attuale eutanasia selvaggia e clandestina".
Ristretti Orizzonti - - Libertà Terapeutica
|