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Immigrazione: Manconi; dobbiamo pensare ad una nuova legge

[04/04/07] Molti intellettuali e politici utilizzano il termine multiculturalismo come sinonimo di costruzione di una società ideale, composta da individui liberi ed eguali, appartenenti a etnie, religioni e culture diverse. Non rientra in questa categoria Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia e membro della direzione nazionale dei Ds, che subito precisa: "Io non uso questo termine, ma se vi sono costretto lo faccio solo a fini descrittivi". Cos’è allora il multiculturalismo? "È il prodotto ultimo, che si manifesta sotto i nostri occhi, di processi planetari in atto da decenni, rispetto ai quali noi possiamo intervenire con politiche intelligenti e razionali, non per ostacolare tali processi, ma - se possibile, ed è certo arduo - per governarli, contribuire a indirizzarli, ridurne gli effetti negativi". Infatti, se non si interviene con saggezza e rapidità, il rischio è quello di trovarsi in una società divisa in "nicchie". "Gli stranieri che arrivano nel nostro Paese - spiega Manconi - legittimamente si costituiscono e si riconoscono in comunità, valorizzando la propria identità e la propria cultura, altrimenti rischierebbero l’anomia: una sorta di spaesamento senza radici e senza ritorno. Ma questa giusta tendenza si può trasformare nella tentazione dell’autosufficienza". L’esito non può che essere una società "differenzialista", organizzata e divisa in nicchie, reciprocamente indifferenti, se non ostili. Per evitare ciò, sono necessarie politiche pubbliche di integrazione. Qualcosa di totalmente diverso dalla legge Bossi-Fini, che Manconi definisce "nei fatti discriminatoria, perché riduce lo straniero a forza lavoro e mezzo di produzione, senza alcun riconoscimento di quel lavoratore come cittadino tendenzialmente a pieno titolo". Per questo Manconi afferma che l’Italia "ha ora una grande occasione, perché le linee guida della legge sull’immigrazione, che il governo ha elaborato e che verrà presentata nelle prossime settimane, contengono già questa strategia". Tornando a parlare del "problema" multiculturalismo, il sottosegretario alla Giustizia ne individua il nocciolo concreto: "Le questioni etico-giuridiche che l’immigrazione solleva". Si tratta di tutti quei temi (il velo islamico, la poligamia, l’infibulazione, le scuole religiose) difficili da affrontare, perché, da una parte, ci sono le nostre leggi e, dall’altra, gli stili di vita e le consuetudini culturali degli immigrati, che possono essere radicalmente diversi. "Occorre essere - spiega Manconi - rigorosi e flessibili, insieme. Rigorosi nell’affermare il primato dell’ordinamento giuridico del nostro Paese e i valori cui si ispira: ovvero i diritti universali della persona. Flessibili nei confronti di tutto ciò che non contraddice i fondamenti morali di quello stesso ordinamento: cioè gli stili di vita, le espressioni culturali, i simboli religiosi, le pratiche di culto, le abitudini alimentari. Per capirci, la questione del velo islamico può essere risolta dall’incrocio tra le esigenze di sicurezza (i documenti di identificazione devono portare foto a viso scoperto) e quelle di libertà (perché impedire l’uso di quei veli che non nascondono il volto?). Altre volte si tratterà di assumere decisioni in nome del "male minore", concedendo deroghe rispetto a una norma universale o a una regola generale". È il caso, per esempio, delle scuole: la nostra organizzazione scolastica vieta la formazione di classi a esclusiva composizione confessionale. "Sappiamo bene però - afferma Manconi - che molti studenti stranieri non sono disposti a frequentare classi miste e, di conseguenza, andranno in una scuola confessionale, non pubblica, clandestina o semiclandestina. Dobbiamo trovare, allora, soluzioni alternative concedendo delle deroghe. E questo significa che, forse, una classe musulmana saremo costretti ad aprirla, sapendo però che dovrà essere provvisoria e, soprattutto, che non può costituire un modello. È solo una necessità contingente, imposta da una situazione di emergenza: una deroga, appunto. Questo esempio spiega bene come la società multiculturale non sia né un radioso orizzonte da conquistare né una armoniosa organizzazione sociale. È, piuttosto, una faticosa impresa, che può costituire un’importante opportunità di crescita collettiva, ma che richiede una ininterrotta capacità di mediazione e sagge politiche pubbliche". Ranieri (Ds): ma intanto superiamo la Bossi-Fini "L’Italia ha avuto un problema di percezione del fenomeno migratorio. Non essendo mai stato un Paese di immigrazione, non ha mai predisposto degli strumenti con il dovuto anticipo: in questo senso, l’Italia si è mossa sotto la pressione di un fenomeno che non conosceva. E un esempio che lo dimostra è stata la legge Bossi-Fini. A differenza di Paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra, dove l’immigrato proviene, in massima parte, da una stessa etnia, l’Italia riceve immigrati delle etnie più diverse, rendendo molto difficile un discorso unitario in vista di una riforma della nostra legislazione in materia. È chiaro, quindi, come sia giunto il momento di modificarla e, per farlo, il nostro primo obiettivo deve essere quello di trasformare la parola "immigrazione" da negativa a positiva". Così il diessino Umberto Ranieri, presidente della commissione Affari Esteri della Camera, che accetta di parlare a 360 gradi del fenomeno dell’immigrazione in Italia. Nel nostro Paese, infatti, vivono tre milioni di stranieri, provenienti da quasi 200 Paesi diversi. In questi anni si è realizzata una silenziosa "invasione" di etnie, culture e fedi religiose di provenienza assai diversa, un’"invasione" che nell’immediato futuro sembra destinata a crescere. È evidente, quindi, che occorrano dei criteri perché il processo integrativo venga guidato nel giusto modo e l’immigrazione non degeneri fino a risultare incontrollata. "Alla parola immigrazione - spiega Ranieri entrando nel merito - è necessario dare un senso positivo: dobbiamo porre l’accento sul termine "integrazione"". E ancora: "L’integrazione dell’immigrato è e deve essere l’obiettivo della nostra azione. Un processo di reale integrazione significa permettere all’immigrato di entrare nel nostro sistema, capirlo e carpirne i lati positivi, attraverso dei "percorsi di integrazione". Immigrazione come integrazione, dunque. E per questo c’è bisogno di una concreta traduzione dei principi nel campo legislativo. Si è da tempo accesa, in Italia, la discussione sulla revisione della legge sulla cittadinanza. Sul tappeto ci sono gli anni necessari per avere diritto a inoltrare la domanda di cittadinanza e insieme i requisiti richiesti: oltre alla conoscenza della lingua italiana, che cosa sarebbe necessario esigere dai "candidati"? E come poterlo verificare? "Personalmente - spiga ancora Ranieri -, credo che accorciare i tempi per avere la cittadinanza debba essere direttamente proporzionale al livello di integrazione raggiunto dall’immigrato. In questo senso, sarebbe interessante studiare delle formule che permettano alla persona interessata, desiderosa di ottenere la cittadinanza italiana (e, quindi, in prospettiva, europea) di avvicinarsi e per quanto possibile penetrare la nostra cultura. L’immigrato deve avere la possibilità di ricevere le "chiavi di lettura" del nostro "mondo", attraverso la creazione di appositi corsi propedeutici all’ottenimento della cittadinanza, incentrati sulla conoscenza delle nozioni di base della nostra lingua, del diritto civico, di storia dell’Italia e dell’Europa. Solo così, da questo incontro, potremmo uscire tutti migliorati". I flussi migratori e il continuo arrivo di clandestini in Italia (specie quelli attraverso la "frontiera liquida" del Mediterraneo) restano problemi ancora da risolvere. In particolare, si sente la necessità di politiche di governo efficaci. E in questo senso un "concerto" a livello europeo resta quantomeno auspicabile. Eppure proprio l’Unione Europea, al di là delle dichiarazioni periodicamente rilanciate da Bruxelles, appare a questo livello latitante o inefficace. Cosa può fare realisticamente l’Europa? E cosa può fare l’Italia, uno dei Paesi più "esposti", per premere sulla Ue"? "L’Europa - dice Ranieri - ogni anno si fa carico, in termini di immigrazione clandestina, di un numero che si stima intorno alle duecentomila persone, senza contare le altre circa centomila che tentano di arrivare ma non ce la fanno. È chiaro che con queste cifre occorre un piano d’immigrazione globale concertato con gli altri partner europei e con i Paesi dai quali provengono i flussi migratori più consistenti. L’apertura delle frontiere europee dovrebbe essere subordinata alla effettiva capacità d’assorbimento del mercato del lavoro e dei suoi diversi settori. Il possesso di alcuni requisiti fondamentali da parte dello straniero, sia dal punto di vista della salute che dei mezzi minimi di sussistenza, e l’istituzione di liste di collocamento presso i consolati (magari unificati sotto il nome di "consolati Schengen") potrebbero essere degli strumenti utili per un controllo efficace dei flussi migratori". E ancora: "L’Italia, più degli altri Paesi, deve spingere affinché l’Europa adotti delle misure concrete e vada al di là delle solite dichiarazioni di principio. Il nostro Paese, proprio per una questione geografica, paga i costi più alti di un’immigrazione senza controllo e clandestina; è giusto che tali costi siano più equamente distribuiti e che l’Europa tutta si faccia carico di quello che non è più solo un problema strutturale della società italiana". Perché tutto questo si possa attuare e possano seguire presto soluzioni concrete, servono una politica strategica di relazioni bilaterali e multilaterali che coinvolgano i governi dei Paesi di partenza nella gestione dei flussi migratori e nella preparazione di chi si candida all’emigrazione.

Il Riformista - - Migranti


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